Arrival

arrival

“Despite knowing the journey and where it leads…

I embrace it. And I welcome every moment of it. “

Il mio amico Stefano di Coccinema (seguivatelo!) ha scritto che Arrival è “la summa del cinema degli ultimi 25 anni”. Un’iperbole, ma in effetti sono abbastanza d’accordo, solo che lo penso non solo in merito alle molte virtù del film di Denis Villeneuve, ma anche riguardo ai suoi difetti.

Il Primo Incontro con visitatori extraterrestri viene aggiornato per i cinefili del ventunesimo secolo, l’era cervellotica post-spielberghiana di cui Christopher Nolan si è fatto alfiere (e che, proprio come Spielberg, sta generando una serie di proseliti di bassa lega che fanno più danni della ruggine) e che impone un approccio cerebrale prima che emotivo, desaturato prima che vivido, vuoto prima che pieno. Non ci sarebbe nulla di male (tanto è una fase) se non fosse che poi tutti, da Nolan a Villeneuve, inseguendo un rigore formale non richiesto, inciampano in dettagli narrativi banali e tanto più fastidiosi perchè calati in un contesto di realismo esasperato. Così quando il generale Forest Whitaker si presenta nello studio della linguista Amy Adams chiedendole di tradurre all’impronta i versi gutturali degli alieni (perchè “col Farsi non aveva avuto problemi”) o quando la presenta al team di linguisti militari come colei che “guiderà le operazioni” non si sa bene sulla base di quale referenza, non è difficile sentire il brivido lungo la schiena e l’eco di minchiate come Transcendence, Prometheus e compagnia varia.

Superati i primi venti balbettanti minuti, si iniziano però a scorgere tracce di grande film. Ci vuole fede. D’altra parte, basta guardare il trailer: è uno di quei trailer montati male, che non sapendo che pesci pigliare, fanno un bignami di tutto il film, finale compreso (guardate invece il trailer di La La Land, che lo fa sembrare un capolavoro…). Verrebbe da rinunciare a priori, ma sarebbe un grave errore.  Arrival è un film senza sussulti da trailer, senza colpi di scena esasperati. Un film vero, insomma, che scommette con lo spettatore di poter giocare con i generi e il linguaggio cinematografico, plasmandoli intorno a un concetto rilevante e urgente per i tempi che viviamo: l’importanza della fiducia nel prossimo e nel futuro, nella comunicazione verbale, scritta e emotiva. La decifrazione del linguaggio alieno è un macguffin che lascia il tempo che trova, ma che rappresenta splendidamente la necessità di capire gli altri attraverso se stessi e viceversa. Il viaggio è più importante della destinazione, vale nella vita e vale anche per un film come Arrival, che ripaga alla fine, quando si possono tirare tutte le somme e applaudire senza riserve gli autori per le trovate narrative e i livelli di lettura impiegati. La fantascienza autentica è quella che indaga l’umanità per mezzo di metafore fantastiche e non c’è alcun dubbio che Arrival sia parte di queste sempre più rara categoria. Anche a livello estetico, pur restando fedele ai canoni tipici e al rigore formale di questi anni, ci sono trovate gratificanti e un utilizzo controllato dei mezzi del cinema per ottenere un risultato che sia esso stesso dimostrazione della tesi principale del film sull’importanza della comunicazione e di come essa influenzi il nostro modo di percepire il mondo.

Sempre Stefano mi diceva tempo fa, per rassicurarmi sul sequel di Blade Runner, che Villeneuve non sbaglia un film. E’ vero: ho visto Prisoners e Sicario e sono entrambi film impeccabili. Come per Arrival, forse manca un ultimo passo per gridare al capolavoro, ma magari l’asso sarà calato con Blade Runner.

Unica pecca grave: Michael Sthulbarg relegato così ai margini è uno spreco enorme (si poteva scambiare il ruolo con Renner, no?).

Annunci