Sherlock – Stagione 4

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Di Sherlock non si parla mai abbastanza. La struttura in pochissimi episodi di ciascuna stagione e una programmazione non regolare (la terza serie è datata 2014) non lo fanno diventare un fenomeno di costume come meriterebbe, essendo certamente tra i migliori prodotti di questo Rinascimento da serie TV. Piuttosto, ogni serie è un evento, e questa quarta stagione non ha fatto certo eccezione. Rispetto alle prime tre, c’è un cambio evidente, frutto certamente della volontà di distanziarsi ulteriormente dal semplice ammodernamento dei casi raccontati da Sir Arthur Conan Doyle e di tentare di raccogliere finalmente quanto seminato negli anni precedenti, dare infine un senso a tutti gli indizi che hanno creato la mitologia interna alla serie.

Abbandonare la formula classica, mettendo anche in discussione il rapporto e le dinamiche tra Sherlock e Watson, è un rischio, ma il coraggio di cambiare va sempre elogiato, considerando il fatto che le critiche da parte dei soliti scontenti sarebbero piovute in testa a Gatiss e Moffat anche se avessero continuato a fare le stesse cose. L’autoreferenzialità è un rischio calcolato (tanto ormai la serie ha i suoi fedeli spettatori), mentre la mitologia è il fardello che ogni serie si porta e che rischia sempre di rompere il giocattolo: l’idea iniziale viene arricchita e stravolta strada facendo per mancanza di alternative, situazioni contingenti e imprevisti vari e si innesca la spirale distruttiva che conoscono molto bene i fan di Twin PeaksThe X-Files e Lost. Sherlock, dopo nove episodi e uno speciale, tutti di grande qualità, è arrivata finalmente al punto in cui fa discutere anche i fan più accaniti, divergendo dalla struttura classica e spegnendo il gioco delle teorie.

In una serie ci sono necessariamente episodi “strutturali”, momenti cruciali solitamente posti in testa e soprattutto in coda alla stagione. Con una stagione da tre episodi, ovviamente tutto deve procedere più speditamente. Gatiss e Moffat hanno deciso di rendere l’intera stagione un momento cruciale, portando a compimento la storia su Moriarty e quella su Mary e rivelando finalmente il mistero sul fantomatico terzo fratello Holmes. L’episodio finale “The Final Problem” , pur citando vagamente storie di Conan Doyle, porta tutti i nodi al pettine. Da “Redbeard” a “Miss Me?”, ogni segreto è svelato e addirittura la conclusione della serie sembra un vero finale, un presagio di definitiva chiusura.

Dopo tanto attesa, solo due settimane per rientrare nella storia e metabolizzare una serie di eventi mai come stavolta sconcertanti: è difficile esprimere lucidamente un giudizio. Il cast già eccezionale (comprese le new entry) tira fuori il meglio – forse solo Martin Freeman è sacrificato, pur essendo Watson al centro dei primi due episodi. Tale era il carico emozionale della storia e del mistero sul presunto ritorno di Moriarty (Andrew Scott) che è difficile pesare le sceneggiature in maniera critica. Ci sono stati passaggi convoluti e poco credibili, tanto materiale e poco tempo, qualche volo pindarico di troppo rispetto al solito: come se Gatiss e Moffat avessero voluto necessariamente fare più confusione possibile prima di svelare l’impensabile nell’ultimo episodio, sapendo di giocarsi tutto in un colpo solo e mettendo da parte per una volta la logica in favore dell’emozione. Ripeto: è una mossa rischiosa e pertanto lodevolissima, possibile solo nel momento in cui c’è un pubblico di riferimento a fare da grancassa ai sentimenti dei personaggi. Chi pensa che Westworld sia un manuale di scrittura per serie, deve dare una guardata o due a Sherlock. Sono poco più di dieci ore complessive anche qui, tanto. Pur avvicinandosi pericolosamente al momento “jump the shark” in un paio di momenti, la quarta stagione di Sherlock riesce ancora a stupire, emozionare e convincere. Appena finita, l’istinto è quello di ricominciare dal primissimo episodio.

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