Rogue One

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Vabbè, facciamo le persone serie, per una volta.

Con Rogue One si inaugura la serie di film complementari che si alterneranno  agli episodi principali della saga. A Gareth Edwards l’onere e l’onore di saggiare il terreno, partendo da una storia che tutti conoscono a grandi linee: l’opening crawl dell’originale Star Wars (Episodio IV), che racconta della prima grande vittoria dell’Alleanza Ribelle contro l’Impero e del furto dei piani della Morte Nera che consentiranno poi a Luke Skywalker di distruggerla. Rogue One è il racconto della missione suicida del gruppo di ribelli che recupera i suddetti piani e fa luce sulla domanda che tutti ci poniamo dal 1977 (pure io che non ero ancora nato): perchè nella Morte Nera c’è un buco di due metri che se ci spari dentro esplode tutto?

Rogue One è un prodotto di pregevolissima fattura, un episodio 3.5 (anzi, facciamo 3.9…) che riabilita senza dubbio la parola “prequel” nell’universo cinematografico di Star Wars e si integra nella storia principale molto meglio dei prequel scritti da Lucas, che presentavano palesi incongruenze con la trilogia classica.

La scelta rischiosa è quella di sviluppare una storia che si allontani dalle beghe della famiglia Skywalker per narrare le gesta degli eroi minori dell’Alleanza Ribelle, quelli che non possono contare sulla Forza. Niente Jedi (tutti estinti tranne quei due paraculi che si nascondono uno in spiaggia e uno alle terme): solo soldati, rinnegati e reietti uniti dalla speranza di sconfiggere l’Impero, una missione suicida dopo l’altra. Il risultato è qualcosa di nuovo, che consente a Gareth Edwards di reimmaginare l’universo di Star Wars in maniera più libera di quanto fatto da Abrams con l’Episodio VII: gli AT-AT sulla spiaggia di Scarif invece che sulle nevi di Hoth sono semplicemente meravigliosi, così come la Morte Nera che appare nell’atmosfera del pianeta che sta per colpire. La battaglia su Scarif fa uso di tutto l’arsenale di effetti speciali a disposizione, con un realismo impensabile per un film di Star Wars.

L’altro lato della medaglia è che a tratti mi è sembrato di vedere il trailer di qualche videogioco di guerra tipo Battlefront. Dov’è la magia di Star Wars? Dov’è il brivido che ci corre lungo la schiena ogni volta che sentiamo l’attacco della fanfara di John Williams? Semplicemente, non c’è. Tranne quando arriva Darth Vader, ovviamente, buttato là un po’ a casaccio (e parliamone: perchè tenerlo in disparte se è così decisivo? ) e fatto entrare in campo negli ultimi dieci minuti tipo Totti per recuperare la situazione, ma che comunque è una gioia per gli occhi. C’ha pure il fiatone, come Totti.

Scherzi a parte: il vero e unico momento Star Wars di Rogue One è proprio vedere (per la prima volta) Darth Vader in azione come non si è potuto mai vedere nella trilogia classica, un assaggio della sua potenza rabbiosa da vero Sith.

Molto convincente l’intero cast: Felicity Jones (su cui nutrivo forti dubbi) e Diego Luna sono in grado di prendersi il film sulle spalle meglio di quanto fatto dai nuovi dell’Episodio VII, così come Ben Mendelsohn dà una profondità umana al direttore Krennic inedita per un ufficiale imperiale – sin qui solo pseudonazisti inamidati che aspettano di essere soffocati da Vader o fatti esplodere con la Morte Nera di turno. Al loro fianco, un cast perfetto, da Riz Ahmed e Forest Whitaker in giù, ma anche un nucleo di personaggi pensati e scritti molto bene (sopra la media per Star Wars, di sicuro), degli “expendables” quasi tutti meritevoli di un proprio spin-off. Un lavoro di casting e scrittura decisamente superiore a quello fatto per Il Risveglio della Forza.

E’ evidente che alla Disney  non guarderanno in faccia a niente e nessuno per rientrare della spesa: raschieranno tutti i fondi di tutti i barili intergalattici in tutti i modi possibili. E tra poco inizieranno a fare la stessa cosa anche con Indiana Jones . Serviva espandere l’opening crawl dell’Episodio IV in un film di due ore? No, come non servivano i prequel di Lucas. Questa mania di sviscerare i dettagli e trovare collegamenti forzati è fan service puro e semplice (oltre che bieca operazione commerciale, ma di questo non mi importa), che alla fine toglie più di quanto aggiunge – non meno di quanto lo è stato vedere la storia della caduta di Anakin Skywalker dopo averla immaginata così a lungo.

L’innegabile effetto positivo di Star Wars è stato quello di accendere per trent’anni la fantasia di milioni di persone creando un universo complesso, evocativo e affascinante di cui conoscevamo solo la fine della storia, ed eravamo praticamente invitati a immaginare tutto il resto, entrarci con la nostra fantasia. Rogue One ci toglie un altro pezzo del giocattolo cristallizzandolo definitivamente in una versione ufficiale.

Non sono affatto sicuro che sia – a lungo termine – una cosa buona per l’eredità culturale di Star Wars, che si diluirà in mille rivoli, con esiti necessariamente altalenanti. La buona notizia è che almeno abbiamo iniziato molto bene.

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