Sing Street / Ordinary World

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Se non avete mai fatto parte di una band tra i quindici e i diciassette anni, forse non capirete fino in fondo Sing Street di John Carney, ma  è comunque assai probabile che uscirete dal cinema con quella sensazione “happysad” di cui si parla nel film. Perchè magari a quindici anni non avete comprato una chitarra, ma l’adolescenza è una tassa da pagare per tutti.

Solo alla fine di Sing Street ho ricollegato John Carney a Once, che mi era piaciuto moltissimo, al punto da non rivederlo mai più per non cambiare idea. Poco tempo fa ho scoperto anche che il tizio di Once era lo stesso tizio dei Commitments, altro film che mi è sempre piaciuto. I tre film sono accomunati, oltre che dal tema musicale, dall’ambientazione dublinese, che fornisce uno sfondo allo stesso tempo malinconico e opprimente a vicende non tanto dissimili.  Se The Commitments era intriso della cattiveria britannica degli anni Novanta e Once pieno della romantica fiducia che l’ inizio di un secolo suggerisce, ed entrambi parlano di illusioni e delusioni adulte, Sing Street ritorna al periodo durissimo degli anni Ottanta e a quello non meno problematico dell’adolescenza. La musica non è un progetto discografico strampalato o la metafora di una storia d’amore: in Sing Street la musica è  la chiave per capire un mondo che inizia a rivelare tutta la sua indifferenza e contraddizione e soprattutto un mezzo per sperare di fare colpo sulle ragazze che nemmeno ti guardano.

Vengono in mente tantissimi film: sull’adolescenza, sugli anni ottanta, sulla classe operaia britannica, sulla musica, ma forse nessuno che abbia trattato tutti questi temi contemporaneamente e integrandoli così bene. John Carney comunque non punta certo sull’originalità, quanto sulla capacità di essere credibile. L’autenticità è il valore sempre più raro del cinema contemporaneo: Carney riesce a farci provare nostalgia per un periodo che – qualunque sia la sua reale collocazione nello spazio e nel tempo – è descritto perfettamente dall’Irlanda degli anni Ottanta, dove sembra sempre che stia per piovere. Aggiungendo una colonna sonora che alterna sapientemente pezzi celebri e composizioni originali, oltre al solito manipolo entusiasta di esordienti adolescenti (il cinema dovrebbero farlo solo loro, viene da pensare) il successo è praticamente assicurato. Happysad, ma più happy.

Per pura coincidenza ho visto Sing Street subito dopo Ordinary World di Lee Kirk (non ancora al cinema). Inevitabile confrontare i due film: in Ordinary World Perry Miller, un ex promessa del rock divenuto padre di famiglia (amorevole ma frustrato) affronta la crisi dei quarant’anni cercando di venire a patti definitivamente con la propria vita. Niente di eccezionale, se non fosse che Perry Miller è interpretato da Billie Joe Armstrong (un attore mancato, bravissimo), che  si cala perfettamente nel ruolo del personaggio che stava per diventare Billie Joe e invece si ritrova a rimproverare i figli se non usano il sottobicchiere.

Ordinary World è per alcuni aspetti l’opposto di Sing Street: la musica rappresenta la giovinezza finita e il rimpianto delle occasioni non colte, del dubbio di aver preso, al momento decisivo, la svolta sbagliata. Peccato che l’esecuzione di Lee Kirk non sia altrettanto efficace.

Ciò che manca a Ordinary World è la vera contrapposizione tra due tesi, la reale discussione dell’ordine di valori che Perry deve arrivare ad accettare. Non c’è una vera alternativa: “there’s no place like home”, punto e basta, dall’inizio alla fine. Tutta la rivoluzione di Perry consiste nell’affittare una suite d’albergo e lasciarla invadere dai suoi vecchi amici e da una vecchia fiamma che passava di là per caso. Niente di tutto ciò è presentato con la dignità che meriterebbe, ma filtrato da una lente deformante tale che nemmeno lo stesso Perry, nonostante l’esasperazione, riesce a farsi realmente tentare.

 La scelta di Billie Joe poteva essere un’intuizione geniale, ma si rivela il peggior nemico del film: se fa ridere il doppio vedere Perry distrarsi durante uno striptease per questioni di economia domestica (perchè ridiamo anche e soprattutto vedendoci Billie Joe), la questione è che inconsciamente sappiamo benissimo quale scelta e quale vita ha fatto Billie Joe per davvero – ed è difficile compatirlo. L’alternativa perduta di Perry è la realtà affermata e vincente di Billie Joe e questo indebolisce terribilmente il finale conciliante di Ordinary World. Peccato, bastava davvero un po’ di coraggio in più.

 

 

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