Eight Days a Week

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Giornalista: “What place do you think this story of the Beatles is going to have in the history of western culture?”

McCartney : “You must be kidding with that question. Culture… It’s not culture.”

Giornalista: “What is it?” 

McCartney : “It’s a good laugh.”

(da un’intervista a Paul McCartney, ca. 1965)

E’ tutto qui. L’imbarazzo dei giornalisti davanti alla sfrontatezza dei Beatles, che se la ridevano (“Quale sei tu?” e John, serissimo: “Eric”), quasi increduli che nessuno di quei tromboni capisse che si trattava, sotto sotto, solo di buona musica. Tutti a chiedere insistemente ai quattro quando sarebbe durata, come sarebbe finita, con una miopia propria solo di chi non capisce le cose nuove e spera diventino vecchie in fretta per poterle archiviare.

La storia dei Beatles è meno edificante di quello che vorremmo. Per ogni aspetto positivo, per ogni contributo alla nostra gioia ci sono storie di figli abbandonati, mogli tradite, dipendenze, streghe orientali, avvocati e rapporti ricuciti troppo tardi. Con il coraggio che gli è proprio, Ron Howard si ferma al momento opportuno, nel suo infaticabile intento di fissare con il suo cinema ridondante e didascalico i momenti importanti della storia americana (la fine di Nixon, l’Apollo 13, ora l’arrivo dei Beatles): nel 1966 i Beatles smettono di girare in tour, dopo quattro anni incredibilmente intensi, si chiudono in studio e in tre anni fanno la storia del rock, ma abbandonano l’immagine di bravi ragazzi e la loro amicizia si sgretola tra denunce e meschinità varie. Non proprio materia da Ron Howard, insomma, che infatti si rifugia nei suoi amati cartelli finali per sintetizzare frettolosamente il periodo tra il 1967 e il 1970.

The band you know, the story you don’t” recita il promettente lancio di marketing, ma non è vero. Anzi, è più vero l’opposto: la storia ufficiale dei Beatles è ormai scritta nella pietra (la verità persa invece da tempo, smarrita tra gli aneddoti nostalgici di Paul e Ringo e la dissacrazione crudele di John e George)  mentre la musica continua a sorprendere, a evolversi, a mutare impercettibilmente a ogni ascolto, a commuovere ancora, a meritare il passaggio al cinema per sentirla e viverla ad alto volume.

Eight Days a week The Touring Years racconta i quattro anni (dal 1962 al 1966) in cui i Beatles si prendono il tetto del mondo, in un’ascesa che sembra inarrestabile, fino alla decisione di smettere con i concerti in cui nessuno sentiva niente per le urla dagli spalti e per l’inadeguatezza degli impianti audio. Se non è proprio un lavoro che aggiunge molto a quanto già è stato mostrato e raccontato in precedenza, il merito del documentario di Ron Howard è quello di spostare, per una volta, l’attenzione sull’enorme impatto mediatico, culturale e soprattutto musicale che i Beatles hanno avuto anche prima della rivoluzione di Sgt. Pepper del 1967. Le testimonianze raccolte sottolineano che tipo di messaggio e di rivoluzione i Beatles portassero, spesso inconsapevolmente, con la loro musica e con la loro capacità innata di comunicare in pubblico. Mentre in Inghilterra i Beatles catalizzano la voglia di lasciarsi alle spalle le rovine della Guerra Mondiale, in America sono anni di incertezza, in cui il sogno americano mostra le prime crepe inquietanti (l’omicidio di Kennedy, le proteste contro le leggi razziali, il Vietnam) e i Beatles arrivano a offrire un insperato sostegno morale e psicologico (almeno fino all’incidente delle dichiarazioni di Lennon su Gesù Cristo).

Sarebbe grave però leggere nel successo senza precedenti dei primi Beatles solo la necessità generazionale di un’ancora emotiva e ascrivere tutto alla serendipità, alla fortuna: i Beatles suonavano bene, meglio di chiunque altro, grazie agli anni di gavetta in Germania e a Liverpool. Non ce n’era per nessuno e si vede, chiaramente, nelle immagini del film.

Eight Days a Week è un’iniezione di felicità ed energia, non si può mancare.

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