Il Viaggio Di Arlo

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Con colpevole ritardo ho visto Il Viaggio di Arlo, film Pixar numero sedici, uscito a pochissimi mesi di distanza da Inside Out, una doppietta di altissima qualità dopo quasi tre anni di nulla e soprattutto dopo il deludente Monsters University. Le aspettative non erano altissime, nessuno me ne aveva parlato bene. Permettetemi di dissentire.

Il Viaggio di Arlo si colloca chiaramente all’altro estremo dello spettro creativo Pixar rispetto a Inside Out, ma non vale per questo di meno. Se Inside Out è un’incredibile prova di creatività e complessità, Il Viaggio di Arlo è un manuale di storytelling e caratterizzazione, e ha ciò che mancava a Inside Out: il cuore. Nella semplicità della storia di Arlo, il dinosauro evoluto separato dalla propria famiglia e nella costruzione del suo rapporto con Spot, il cucciolo di umano, il film di Peter Sohn riesce a sintetizzare la formula perfetta del film per famiglie, senza compromessi e senza necessità di appoggiarsi continuamente a riferimenti e ammicamenti alla contemporaneità per tenere alta l’attenzione dello spettatore.  E’ quanto di più spiritualmente vicino a un classico Disney si possa vedere oggi.

Umorismo, sentimenti e costruzione dei personaggi sono bilanciati in maniera perfetta. L’unico appunto che si può muovere è forse la mancanza di originalità nella trama. La premessa è brillante (come sempre): i dinosauri non sono stati spazzati via dall’impatto del famoso meteorite e si sono evoluti, parlano, coltivano la terra (gli erbivori), allevano il bestiame (i carnivori). Gli umani sono fermi ad uno stato semi-ferino. In questo contesto, che fortunatamente non viene abusato con i soliti inside-joke metacinematografici, si innesta la storia di Arlo, che deve trovare il suo posto nel mondo, un po’  (tanto) come Simba ne il Re Leone, a cui si fa evidentemente riferimento, ma non solo: lo schema è sempre quello. Per gli adulti, il deja vu è assicurato, ma ben vengano moderne iterazioni dello stesso concetto per le nuove generazioni assuefatte al cinismo e all’ironia di plastica di film come Minions e Pinguini.

Il character design è inizialmente spiazzante: i dinosauri hanno un aspetto gommoso che stride fortemente con l’estremo fotorealismo delle ambientazioni e Spot sembra scappato da I Croods ( comunque siamo nella media degli umani Pixar, mai troppo convincenti). Il lavoro fatto sulla caratterizzazione dei personaggi è però tale che anche un dinosauro gommoso adolescente verde fluo e un cucciolo di umano che ringhia invece di parlare rivelano un’autenticità commovente. La scommessa del film è la semplicità, ed è una scommessa vinta senza riserve. Definito ingiustamente un Pixar “minore”, non sfigura a mio giudizio subito sotto i tre/quattro capolavori indiscutibili dello studio di Lasseter e certamente è un film superiore  alla maggior parte della produzione per famiglie degli altri studios di questi ultimi anni.  Se i tempi d’oro di Wall-E e Ratatouille sembrano ormai lontani, ben vengano prove d’autore come Inside Out e Il Viaggio di Arlo. In un modo o nell’altro, sono lavori che ispirano creatività e positività, e non c’è valore migliore che si possa chiedere, non c’è miglior dimostrazione che la lezione di Walt Disney non è stata dimenticata.

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