The Hateful Eight

Hateful-Eight-poster

Nota: ho visto la versione in pellicola 70mm, che differisce da quella proiettata nelle sale normali per l’overture di Morricone, lo schermo adatto per l’aspect ratio (2,76:1 contro i 2,40:1 tipici, quindi non c’erano bande nere sopra e sotto il fotogramma), la qualità della proiezione, circa sei minuti in più di film e l’intervallo di dodici minuti impresso sulla pellicola tipo quello che si faceva negli anni sessanta. Se quest’ultima differenza non vi sembra una cosa strana, è perchè l’italia è il terzo mondo cinematografico, dove il pubblico dei multisala avverte ancora il grande bisogno della “pausa relax”.

Non so se avete presente questa striscia di Calvin & Hobbes:

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The Hateful Eight è strutturato esattamente come questa striscia, neve inclusa (e Quentin Tarantino è Calvin). Una meticolosa preparazione dello scenario, personaggi appena abbozzati, e appena tutto è pronto (cioè dopo due ore e mezza di film), carneficina. Soprattutto, mi sono immaginato Tarantino esattamente con quella espressione prima di dare il via alle sparatorie di prammatica. Quello che forse non si evince immediatamente dalla striscia è che Calvin gioca da solo, perchè a fare queste cose, per quanto geniali, si diverte solo lui.

Tarantino ha deciso di girare tre western (il minimo per essere accettato nel sindacato dei registi western, secondo lui), ma The Hateful Eight di western ha i costumi, l’ambientazione e Ennio Morricone ( che infatti si è guardato bene dal comporre uno score western). Girato praticamente tutto in interni, The Hateful Eight ricorda più atmosfere alla Agatha Christie, ma, senza andare troppo lontano, ricorda fin troppo Le Iene, di cui condivide parte del cast, la premessa (uno del gruppo non è quel che sembra) e la quantità di sangue. All’esordio, però, Tarantino aveva intuito che anche se sul poster ci metti sei personaggi, poi devi mettere a fuoco la storia. Dopo sette film invece, l’ego è tale che il pubblico non è quasi preso in considerazione.

Ottavo film? E autocelebriamoci con otto personaggi. Perchè? Perchè io so’ io.

Tarantino dà per scontato di potersi permettere tre ore di chiacchiere e dieci minuti di carneficina, purtroppo dimenticandosi per la prima volta di metterci qualcosa di veramente memorabile. Mi spingo oltre: per la prima volta e nonostante il contesto western sia ideale per le sparatorie, le scene di violenza sono giustapposte alla storia quasi come un atto dovuto, invece di scaturirne naturalmente. Per la prima volta, le ho trovate noiose, ripetitive, prevedibili. Come l’amico che deve sempre fare il rutto a fine cena, anche se ormai ha quarantacinque anni, Tarantino non riesce a evitare il massacro da b-movie e così facendo azzoppa il film, in un finale debolissimo sia narrativamente che formalmente, che vuole (ec)citare se stesso prima di ogni altra cosa e che non rende affatto giustizia all’investimento di tempo e alla suspance generata dal primo atto ( i primi tre capitoli, più o meno ).

Gli odiosi otto di Quentin Tarantino non sono nè odiosi nè tantomeno otto. Non è per fare il puntiglioso, ma sono due problemi non da poco. Primo: almeno due di questi odiosi lo sono solo grazie al titolo del film, che anticipa così l’inutile svelamento finale. Secondo: i personaggi sono troppi. Non solo Tarantino per la prima volta nella sua carriera non riesce a dare spazio a tutti i personaggi in modo efficace (e dire che di tempo se ne prende parecchio…), ma  è costretto anche a introdurre almeno altri due personaggi fondamentali per risolvere la storia, non di certo la sua migliore.

Tim Roth e soprattutto Micheal Madsen devono accontentarsi delle briciole, con personaggi irrisolti tenuti in vita solo dalle sinapsi metacinematografiche che scattano automaticamente nella testa degli spettatori (Micheal Madsen + Tarantino + Tim Roth = qualcosa prima o poi succede), mentre al centro della scena – perchè quasi di una piece teatrale si tratta – si alternano prima Kurt Russell e poi Samuel L. Jackson, anche in questo caso con una cesura quasi netta che non ho trovato particolarmente brillante, nè nelle premesse, nè nella risoluzione.

Come per The Revenant, la maggior parte dell’inchiostro versato in giro si sofferma sull’aspetto tecnico del film. Non è mai una buona cosa. Se Tarantino non avesse girato in 70mm e non avesse avuto Morricone, non so cosa si sarebbe potuto apprezzare del film.

Tarantino è uno dei registi migliori degli ultimi vent’anni. E’ riuscito a imporre una forma cinematografica autoreferenziale e priva di contenuto, anzi, contenuto essa stessa,  trasformando pregi in difetti e plagi in colpi di genio, l’unico a capire come si fanno i remake e come si copia nell’epoca dei film in fotocopia e senza idee. Su tutto ciò, stava costruendo una filmografia sempre più interessante e audace, in crescendo nei contenuti quando non era più possibile superarsi nella forma (Kill Bill, Inglorious Basterds, Django). The Hateful Eight è un piccolo passo indietro su ogni fronte, il primo film “non necessario” della sua filmografia: lo ricorderemo per i premi a Morricone e per la riesumazione dei 70mm, ma per poco altro, temo.

The Hateful Eight non è un brutto film, tutt’altro: il cast è perfetto, Kurt Russell è bravissimo, la prima ora di film si concede un passo lento e regala una costruzione della tensione perfetta, prima di impantanarsi irrimediabilmente:  la magia del cinema è tutta là, come solo Tarantino sa fare. La severità sul risultato finale è imposta dalle aspettative (nostre) e dalle ambizioni (del regista), oltre che da una seconda metà davvero tirata via e di uno spreco di mezzi tecnici e talento quasi imperdonabile.

PS su Badtaste, a questo link una spiegazione della scelta e dei pregi del formato 70mm

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