Creed

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Creed è l’episodio VII che stavamo cercando. Ammesso che ne cercassimo uno. Il paragone con Star Wars vien da sè: è un decennio avaro di concept originali, ma questi due franchise condividono molto più che una casuale contemporaneità nelle sale: entrambi al settimo capitolo, entrambi circa a quarant’anni da un esordio soprendente, entrambi legati indissolubilmente al loro creatore, entrambi macchiati da capitoli poco riusciti, entrambi in fase di rilancio.

La storia di Rocky e quella di Stallone si sono poi sempre sovrapposte, creando un’identità tra vita e arte, tra attore e personaggio, difficilmente replicabile. Parte dell’autenticità di Rocky deriva proprio da questo: nel bene e nel male Stallone è Rocky, e viceversa. Ryan Coogler , che ai tempi dei primi Rocky non era nemmeno nato,  ha dovuto faticare non poco per convincere Sly ad affidargli un altro capitolo della vita della sua creatura più cara e , nell’ennesimo parallelo tra finzione e realtà, anche per Adonis Creed la sfida più grande si rivela quella di convincere il vecchio Rocky ad allenarlo.

Il giovane in cerca di un’occasione, Philadelphia, la strada, l’amore, l’incontro finale drammatico e tirato fino all’ultima ripresa: lo scheletro è quello del primo Rocky (e di tutti i film di questo tipo), ma invece di sembrare un ripasso delle puntate precedenti (tipo quello che la Disney ha deciso di fare con Star Wars), Creed rielabora in maniera convincente gli elementi che funzionavano, scegliendo premesse praticamente opposte a quelle di Rocky e riuscendo a trovare una chiave di lettura interessante. Realtà e fiction continuano a sovrapporsi: la sfida di Adonis è quella di uscire dall’ombra proiettata dai suoi padri (biologico, Apollo, e sportivo, Rocky) cercando allo stesso tempo di abbracciarne l’eredità. La sfida di Creed è praticamente la stessa. Non serve lo “spoiler alert” per svelare come finisca la storia di Adonis, meno scontato era piuttosto l’esito del progetto di Ryan Coogler.

Anche se l’intenzione è quella di raccontare un nuovo personaggio, Creed funziona così bene  soprattutto per merito del lavoro fatto sul personaggio di Rocky. Rocky è  l’elemento che Coogler non deve darsi la pena di spiegare o rendere credibile. Rocky esiste. Apollo, Adriana, Eye of the Tiger, l’allenamento in Russia, la fanfara di Bill Conti, le scale, la gallina, Birillo. Ogni volta che Rocky appare sullo schermo, c’è tutto. Vediamo e sentiamo tutto. Persino Rocky V (“il mio ring è la strada”). Un Rocky vecchio, addolorato, debole, senza più sfide da combattere, fa male dentro, ma è anche l’unico Rocky ancora significativo. Complimenti a Stallone per aver accettato di calcare ulteriormente la mano sul tramonto del suo personaggio, e non essersi rifiutato di mostrare il Rocky più fragile di sempre, e complimenti a Coogler per aver osato tanto.

Il passaggio di consegne tra Rocky e baby Creed (ma non chiamatelo così) è coerente narrativamente, ma impossibile da sostenere. Michal B. Jordan è  già un attore migliore di quanto Stallone poteva mai sperare di essere, ma non sarà mai Creed come Sly è Rocky. Questo è il paradosso di un film che vorrebbe rilanciare una nuova saga ma si troverà prima o poi a sperimentare un vuoto difficilissimo da compensare. Problemi loro: io mi sono emozionato e commosso a vedere ancora Rocky combattere, anche se non più sul ring, e tanto mi basta.

Ah, se gli episodi VII fossero tutti così.

 

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