La felicità è un sistema complesso

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Di Gianni Zanasi s’erano quasi perse le tracce, dopo il promettente Non Pensarci del 2008 e la serie omonima dell’anno dopo. Un peccato, perchè raramente si era vista un’opera prima così centrata e coerente, per una volta un film semplice e lineare invece del guazzabuglio di idee e personaggi che solitamente affollano (e affossano) gli esordi dei nostri registi. Dopo il successo di Ricomincio da Tre, Massimo Troisi disse “sto aspettando di sbagliare il secondo film”, per prendere elegantemente in giro la critica, ovviamente, ma anche perchè, da persona molto intelligente, sapeva bene quali fossero i rischi a cui andava incontro dopo un esordio promettente (per la cronaca, il film non lo sbagliò affatto: Scusate il ritardo è meraviglioso).

La felicità è un sistema complesso, invece, soffre della sindrome da primo film, forse perchè nei troppi anni trascorsi da Non Pensarci Zanasi deve aver accumulato idee e temi da sviluppare, senza poi essere riuscito  a dar loro una forma efficace. Il risultato è un film dalle premesse interessanti, che però si smonta quasi subito. Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) persuade amministratori incapaci a rassegnare le dimissioni, salvando aziende prossime al fallimento. Il nobile intento di Enrico di salvare i posti di lavoro dei dipendenti si scontra sistematicamente con quello dei suoi datori di lavoro, che hanno come unico obiettivo massimizzare i profitti della vendita delle aziende. I due modi di intendere il lavoro arrivano al punto di non ritorno quando a Giusti viene chiesto di occuparsi del caso di due adolescenti rimasti improvvisamente orfani e alla guida di un grande gruppo industriale.

Mastandrea e Battiston (già protagonisti di Non Pensarci) tengono in piedi il film, il primo nei consueti panni del talento sprecato che affronta la vita a colpi di sarcarsmo e amarezza, il secondo invece nel ruolo più soprendente, ma sviluppato troppo poco, del cinico affarista, la cui mediocrità umana è innalzata a valore dal sistema. La contrapposizione tra i due sarebbe la chiave del film, ma resta un elemento latente, così come la critica ad un sistema finanziaro che gioca con la vita delle persone. La sottotrama legata alla ragazza (Hadas Yaron) che piomba nella vita di Enrico sembra invece appartenere a un altro film e quasi nessuna scena funziona, spostando continuamente il fuoco su una storia sconclusionata e su un personaggio che a conti fatti indebolisce la svolta di Enrico: sono i due ragazzi o è l’amore a far rompere ad Enrico con il sistema che crede di controllare ma del quale è solo un ingranaggio ?

E’ un sistema complesso, è vero: nella vita non sempre si possono identificare nettamente cause ed effetti e spesso la coincidenza di più fattori è determinante per dare svolte a lungo attese. Nel film, però, l’esposizione della complessità diventa confusione, i personaggi tendono allo stereotipo (Mastandrea stesso sembra in difficoltà in certi frangenti, e non è da lui) e Zanasi non riesce a tirare le fila della storia in maniera convincente, affidandosi fin troppo spesso a lunghe sequenze musicali piuttosto banali, compresa quella finale.

A un regista come Zanasi va dato comunque credito, sperando che non ci vogliano altri otto anni per vedere un suo film: la maledizione del secondo film è andata, attendiamo il prossimo con fiducia.

 

 

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