Suburra

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“E’ stata Roma”

Mi levo subito il dente: non mi è piaciuto. Ma nemmeno un po’. Certo, rispetto alla media dei film italiani più commerciali, il livello è altissimo, ma la media è quella che è. Stefano Sollima ormai ci ha abituati a questa letteratura criminale, di cui conosce la grammatica come pochi altri, ma il giocattolo si sta rompendo. O almeno, io mi sono rotto. Suburra è di una noia mortale, ridondante e confusionario, sembra a tratti un riassunto delle puntate precedenti: troppi personaggi, troppi attori non in grado di sfruttare il limitato spazio per dare credibilità ai loro personaggi (Scarano e Gorietti, ma pure Elio Germano…qualcuno lo faccia smettere, per pietà). Si alternano ingenuità stilistiche a grandi trovate, buchi nella trama a complicazioni non necessarie, col risultato di un gran fracasso che non lascia granchè. ACAB e la serie di Romanzo Criminale avevano protagonisti oscuri, ma resi letterari dal contesto, da un sistema di valori del quale, pur non condividendo nulla, si arrivava a voler capire la radice – perchè gli antieroi di quelle opere sono persone normali che hanno fatto delle scelte, come tutti. E hanno limiti che non possono superare, come tutti. Suburra racconta cosa c’è sopra al soffitto di cristallo, chi tira realmente i fili, senza limiti. E non c’è niente di letterario, niente per cui spaventarsi, niente per cui entusiasmarsi. Niente di interessante – tolto il valore di cronaca-for-dummies, ma non è certo questo il punto.

La scelta di non avere eroi positivi e l’assenza vistosissima delle forze dell’ordine sono punti a favore del film, e rendono Suburra un racconto quasi metaforico sulla impossibilità dello Stato di avere ormai anticorpi efficaci (se poi sono quelli di ACAB…), o almeno di inscenare credibilmente una lotta tra bene  e male. Nessuno tifava realmente per Scialoja in Romanzo Criminale, ma almeno c’era una tensione narrativa. Qui si tratta di sapere se alla fine la torta se la prende anche lo zingaro o solo il coatto di Ostia e questo non giova al film.

Suburra racconta La Grande Bruttezza, a Roma diluvia e le fogne esplodono, non ci sono turisti, non ci sono salotti per redimere i  Jep Gambardella, non passa Venditti per strada e nemmeno la Ardant. La Roma nefasta di Sollima poteva da sola raccontare il marcio di questi anni, senza bisogno di musica, dialoghi e personaggi. E forse il problema è anche qui: ogni strato del film – per impeccabile che sia dal punto di vista tecnico-  pesa sugli altri in maniera eccessiva, con un effetto generale negativo, di inutile pesantezza e lungaggine.

S’è scritto molto del genere poliziottesco anni ’70 a cui Sollima si ispira. A me non interessa molto questo genere di operazioni, anche perchè Sollima non è Tarantino ( e i suoi attori non sono certo al livello di quelli americani). Mi annoia a morte vedere l’ennesima esplicita scena di sesso estremo con consumo di droga del politico marcio e fedifrago, mi annoiano a morte i criminali tagliati con l’accetta interpretati da attori incapaci di dare sfumature a personaggi (sulla carta) estremi, mi annoia Elio Germano che sembra sempre recitare da solo, mai adattandosi al contesto, mi annoiano ‘ste attricette che non scandiscono le parole ma devono stare nude per tre quarti delle scene che girano. Film di genere? sarà. M’annoia.

E comunque ‘sto pisello di Favino io non l’ho visto.

 

 

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