The Martian

martian

Lo spazio non collabora

Problema:

la vostra missione spaziale vi lascia su Marte dandovi per morto.

Se l’equipaggio contava altri 5 astronauti, la missione doveva durare altri 13 giorni marziani, e i soccorsi non arriveranno prima di un anno, ammesso che riusciate a comunicare con la Terra, come fate a sopravvivere?

Risolvere con operazioni in colonna, rispondendo anche alle seguenti domande:

  • In quanti giorni morirai di fame?
  • Perchè sempre Matt Damon?
  • Quanto culo hai se ti ritrovi Kate Mara e Jessica Chastain nello stesso equipaggio? (farsi aiutare da papà su questa domanda)

Ah, se i problemi di matematica alle elementari fossero stati così avvincenti. Non è un’iperbole: The Martian è costruito come un’interminabile serie di problemi da risolvere, pena una tragica fine sul pianeta rosso. Mark Watney (Matt Damon), botanico spaziale abbandonato su Marte dall’equipaggio che lo crede morto, deve fare appello a tutta la sua conoscenza scientifica per darsi una speranza, anzi una probabilità, di sopravvivere. Non c’è niente, in The Martian, che sia frutto di deus ex machina, caso o fortuna: Watney risolve i problemi con la matematica, con i calcoli, con l’applicazione delle leggi scientifiche. Lo spazio non collabora, ma secoli di scienza sì.

Il pubblico romano, solitamente poco incline agli spiegoni, si sorbisce in religioso silenzio lezioni di botanica, chimica e fisica per due ore abbondanti, pur di vedere Matt Damon sopravvivere anche stavolta contro ogni probabilità. E già questo è un risultato stupefacente.

Ridley Scott ha confezionato un monumento al valore della scienza quasi commovente. The Martian può essere letto come una metafora della storia del progresso scientifico, che ha consentito all’uomo di uscire dalle caverne, volare e atterrare sulla Luna (forse). Il fuoco, L’agricoltura, l’elettronica, i mezzi di trasporto, la comunicazione a distanza: tutte le conquiste del progresso sono messe in scena, in sequenza, come tappe obbligatorie da ripercorrere per salvarsi. Il valore del coraggio, della curiosità (temi già cari a Interstellar, in cui Matt Damon era sempre disperso nello spazio), della forza d’animo contro le probabilità avverse sono ciò che dividono il successo dal fallimento, il motore del progresso dell’umanità. Watney non prega mai che le cose vadano bene e non se la prende mai con la sfortuna. Basta non sbagliare i calcoli, ma non ci sono forze superiori a muovere il nostro destino (anzi: notate che fine fa l’unico feticcio religioso).

The Martian non è Cast Away: a Watney che si ingegna su Marte per sopravvivere e non impazzire si contrappongono il gruppo che alla Nasa cerca un modo per salvarlo e l’equipaggio (in viaggio verso la Terra) che viene inizialmente lasciato all’oscuro della notizia che il loro compagno è ancora vivo. Ridley Scott (sorprendentemente) riesce a costruire un film dalla solidità incredibile, avvincente e senza un attimo di sosta, un manuale di cinema in cui ogni elemento si lega all’altro producendo un risultato superiore alla somma delle parti (disco music e lezioni di chimica, Donald Glover e Sean Bean, fate voi le coppie, funziona tutto). Quando nell’ultimo atto si lascia spazio allo spettacolo, non c’è niente di forzato o di implausibile (la lezione di Prometheus deve essere servita al vecchio Ridley), e la soluzione scelta per il recupero di Watney è un insieme di momenti cinematografici forse non originalissimi, ma presentati in maniera impeccabile e coerenti con quanto mostrato sino a quel momento. Le interpretazioni di Jessica Chastain, Chiwetel Ejiofor e Jeff Daniels conferiscono ulteriore peso a una sceneggiatura intelligente, che riesce a trasformare The Martian in qualcosa di più che un remake marziano di Apollo 13. Nessun personaggio è buttato via, nessuna questione sacrificata allo spettacolo, nemmeno la questione del rapporto con l’opinione pubblica. Ridley Scott è tornato con un film all’altezza dei suoi capolavori, vestendo da blockbuster fantascientifico un imponente manifesto alla razionalità, alla scienza e al cinema. Cosa chiedere di più?

Due note di colore:

Kate Mara ha un bel 4 stampato sul casco,evidente marchio d’infamia che si porterà per anni per aver partecipato a I Fantastici 4 di Josh Trank.

Se Watney che trotterella su Marte vi ricorda qualcosa ma non sapete cosa, ecco cos’è:

BB8martian

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