Synecdoche, New York

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E’ andata così: nel 2008 Charlie Kaufman, sceneggiatore di Essere John Malkovich e Eternal Sunshine of the Spotless Mind, esordisce alla regia con Synecdoche, New York. In Italia, il film non esce, ovviamente, e io me lo compro in DVD, persino doppio disco. Peccato che non ci sia uno straccio di traccia di sottotitoli, cosa che mi preclude la visione di un film già complicato di suo. Il tempo passa, mi resta la fissazione, ma non trovo mai il tempo, la voglia e il momento di recuperare un file sottotitolato. Poi muore Philip Seymour Hoffman, e – ovviamente – il film esce anche in Italia. E’ il momento : mi arrendo all’impossibilità di usare il DVD e mi scarico una versione già sottotitolata, un po’ perchè non mi va di andare al cinema a imprecare contro i doppiatori, un po’ per non contribuire alla bassezza dell’operazione “magari-muore-il-regista-o-l’attore-che-stavolta-pure-cambiando-il-titolo-a-cazzo-non-gliela-famo”.

In effetti, il film non annovera l’immediatezza tra le sue molteplici qualità, nè può contare su nomi di richiamo o titoli ad effetto (anzi). Senza le intuizioni visive pop e oniriche di Michel Gondry e senza il tocco di Spike Jonze, trovare un appiglio per entrare nel Kaufman-World è molto più complicato, ma anche più affascinante. A partire dal titolo, che è un gioco di parole tra Sineddoche (la figura retorica) e Shenectady, dove il film è in parte ambientato, tutto nel film ha un doppio significato, rimanda a qualcos’altro, è parte di qualcosa di più grande e complesso o è divisibile in parti più piccole. La linearità della trama è messa immediatamente in dubbio: non c’è modo di capire quanto sia reale e quanto sia frutto di una psicosi di Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), brillante regista teatrale che inizia ad essere ossessionato dall’idea della morte e del proprio testamento artistico. Il suo progetto prende forma in un immenso allestimento teatrale dove mettere in scena la sua stessa vita, con centinaia di attori chiamati ad interpretare persone reali. Mentre le prove si trascinano interminabilmente per anni, anche gli attori stessi diventano personaggi, interpretati da altri attori, in una ripetizione infinita e senza via d’uscita. Caden non è in grado di sintetizzare la realtà in un’interpretazione artistica: può soltano riprodurla fedelmente, in scala 1:1. Kaufman complica ulteriormente le cose portando facendo perdere a Caden il senso del tempo, che assume il ritmo tipico dei sogni: alcuni momenti sono dilatati, altri sono compressi e solo il trucco o qualche riferimento esplicito riesce a fornire qualche coordinata.

Non è una sfida allo spettatore: non è Inception, non è Matrix – Charlie Kaufman indaga il mondo interiore proiettandolo in un universo cinematografico reale ma non realistico, in cui una casa può andare a fuoco per anni e in cui un enorme hangar può ospitare una replica esatta della città stessa che lo contiene. L’inganno del cinema, così come nei film di Gondry, è esplicito: l’autenticità emotiva di Synecdoche New York non va ricercata nè in una linearità narrativa nè in un realismo fisico: il genio di Kaufman sta proprio nel riuscire a creare e controllare da maestro un labirinto sensoriale in cui la bussola è unicamente l’affinità emotiva che si può creare con il tormento umano di Caden – la solitudine, l’ineluttabilità della morte e dei rapporti umani, destinati a sgretolarsi, l’incapacità di comprendere e sintetizzare il mondo che ci circonda, la definizione stessa di realtà e la comprensione di sè.

Synecdoche New York è un film molto triste, impossibile da raccontare, perchè è costruito, come ogni film dovrebbe, sulle immagini e su ciò che esse evocano, un labirinto di percezioni che raggiungono lo spettatore a più livelli. Scioccante, commovente, a tratti irritante – siamo dalle parti del capolavoro.

 

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