Inside Out

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Ho dovuto far ricorso a Wikipedia: non riuscivo a capacitarmi di non ricordare altri film Pixar dopo Monster University, che è uscito nel 2013. Ci hanno fatto aspettare più di un anno, complice anche l’uscita italiana posticipata rispetto a quella americana, ma ne è valsa la pena. Inside Out di Pete Docter è un rassicurante segnale di risveglio da parte di Pixar, che torna con un’idea geniale come non se ne vedevano dai tempi di Wall-E, ma forse con un film che nel complesso non raggiunge i vertici toccati in passato.

Variety ha definito Inside Out un film che ridefinirà “il modo in cui le persone pensano al modo in cui le persone pensano”: in effetti, la potenza della soluzione visiva escogitata da Docter e soci è tale che rischia di diventare istantaneamente parte del tessuto condiviso della cultura popolare. D’altra parte, alzi la mano chi ora non pensa che i giocattoli di notte prendano vita.

Raccontare cosa accade nella testa delle persone e come funzionano sinapsi, memoria, formazione del pensiero: un trattato di neurologia e psicologia infantile mascherato da film Pixar: solo l’idea deve aver fatto correre più di un brivido freddo nella schiena degli analisti della Disney. Un tema vastissimo e un’idea semplice: che la nostra testa funzioni come un centro di controllo (via via più complesso al passare degli anni) in cui le emozioni primarie (Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, trasformate in personaggi) collaborano e interagiscono, definendo la nostra personalità. Riley, la bambina undicenne protagonista umana del film, vive il trauma di un trasloco che la sradica dalla sua realtà e, non riuscendo ad adattarsi al cambiamento, sprofonda nell’apatia. Nella sua testa, Gioia (che fino a quel momento aveva un ruolo predominante sulle altre emozioni) e Tristezza sono finite accidentalmente fuori dal centro di controllo, lasciando Rabbia, Paura e Disgusto ai comandi, con le conseguenze del caso.

Ero un po’ perplesso perchè il nucleo di emozioni primarie sembra propendere verso il negativo (ammesso che le emozioni si possano catalogare in tal senso) , ma in realtà il cast dei cinque personaggi è perfettamente equilibrato, perchè Gioia riassume un po’ tutta la gamma di emozioni legate alla positività. E’ una semplificazione necessaria alla storia, che non compromette affatto la dinamica tra le parti e anzi forse rispecchia meglio lo schema emotivo di una bambina di dieci anni.

Come il titolo suggerisce, in Inside Out ci sono due storie: quella del dentro, con Gioia e Tristezza impegnate a tornare nel centro di controllo, e quella del fuori, con Riley alle prese con i primi sintomi dell’adolescenza, accelerati dalle difficoltà di adattamento alla nuova vita. La complessità dell’architettura del film obbliga alla semplicità nella narrazione – Riley deve fare i conti con un trasloco (ci potevano essere cose più traumatiche) e Gioia e Tristezza devono imparare ad interagire, completandosi invece che escludendosi. L’equilibrio tra le due componenti del racconto non  funziona benissimo, anche perché alla Pixar hanno seri ed atavici problemi di caratterizzazione dei personaggi umani (anche grafica: pur di restare coerenti con la loro rappresentazione, continuano a disegnare gli umani come nel primo Toy Story), che risultano sempre un po’ piatti. Il guaio (un po’ come con Wall-E e  UP) è che la forza dell’idea è tale da rendere lo sviluppo della trama quasi una forzatura e certamente la cosa meno interessante. Se da un lato è impensabile che non ci sia una storia “classica” a fare da cornice all’idea, dall’altro la differenza tra l’originalità del concept e l’ordinarietà dello svolgimento della trama è tale da pesare negativamente sul giudizio complessivo. Monsters & Co., Ratatouille e Toy Story 3, per esempio, sono sicuramente superiori da questo punto di vista a Inside Out e forse non è un caso se partono tutti da concept più semplici, a parte Toy Story che però è un secondo sequel e non si deve sobbarcare il fardello dell’innovazione.

Inside Out non vive di sole trovate visive (che pure basterebbero a riempire tre film): è il racconto della fine dell’infanzia (il crollo delle “isole della personalità”) e dell’accettazione della tristezza tra le emozioni necessarie e impossibili da evitare, persino utili per comunicare agli altri di aver bisogno di aiuto. La formazione di emozioni complesse, combinazione di quelle primarie è un tratto distintivo della crescita ed è quello di cui parla Inside Out. A scriverlo così, sembra incredibile che l’abbiano fatto davvero e che funzioni così bene. Tra un sequel e l’altro, la Pixar si è ricordata di come si fanno i capolavori, e ha provato a farne un altro. Non tutto funziona a dovere, ma le gag sono di prima qualità (su tutte il meccanismo di selezione dei ricordi inutili) e la strada intrapresa sembra quella giusta, che porterà presto ai prossimi Wall-E e Monsters.

Pur avendo dei limiti sul piano del coinvolgimento emotivo e della narrazione, Inside Out è un film da non perdere per alcun motivo, un manuale di creatività e coraggio con il quale, d’ora in poi, tutti dovranno necessariamente misurarsi.

Vedremo prestissimo se la tendenza è stata davvero invertita: già a Novembre arriva The Good Dinosaur (Il viaggio di Arlo).

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