Predestination

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Predestination è destinato a diventare un cult. La butto là. Sarà ignorato in sala, senza nomi di richiamo nel cast (ma scommetto sul futuro radioso di Sarah Snook), schiacciato da un colosso come Terminator che sempre di  paradossi temporali parla, e in modo più semplicistico . Ha una trama complicata per lo spettatore medio, un ritmo che rallenta eccessivamente nella parte centrale, rischiando di far arrivare lo svelamento troppo tardi perché allo spettatore medio di cui sopra importi ancora qualcosa (e comunque probabilmente se si è distratto non ci capirà nulla).

Per tre quarti di film, non si capisce bene a cosa stiamo assistendo. C’è un agente temporale (Ethan Hawke) che deve sventare un attacco terroristico nel 1975, ma il bombarolo sembra eludere continuamente i suoi tentativi di fermarlo. C’è poi uno strano avventore di un bar che gli promette un racconto incredibile (e incredibilmente lungo, aggiungo). Ci vuole fede, perché Predestination non è un film perfetto per ritmo ed equilibrio e conta sulla fede degli spettatori per ripagarli del tempo speso. Alla fine, tutto ha senso e le storie dell’agente, del bombarolo e dello strano avventore si sveleranno perfettamente e soprendentemente complementari. I più esperti di viaggi nel tempo e paradossi indovineranno uno o più dei misteri del film, ma dubito che riusciranno a non restare mai sorpresi.

Tratto fedelmente da “All You Zombies” di Robert Heinlein, caposaldo della letteratura fantascientifica e del genere dei viaggi nel tempo, Predestination dei fratelli australiani Micheal e Peter Spierig arricchisce il materiale originale con tonalità da thriller che, costruendo inizialmente uno scenario da caccia all’uomo quadrimensionale, penalizzano la parte centrale del film (il lungo racconto dell’avventore), che sembra parlare di tutt’altro e non portare avanti la sottotrama dell’attacco terroristico. Il problema è che non siamo più abituati ad ascoltare e aspettare, il nostro cervello ha bisogno di collegare, sapere, essere messo continuamente sotto pressione. Predestination va nella direzione opposta, accettando il rischio di perdersi qualcuno (se è un tipico multisala italiano, molto più di qualcuno) per strada. Il gusto della narrazione e dell’attesa viene pienamente ripagato da una risoluzione complicata ma coerente, assolutamente soddisfacente.

Ai fratelli Spierig va dato atto di aver girato in pochi giorni e senza budget uno dei film più interessanti di sempre sui paradossi temporali, riuscendo a costruire ambientazioni riconoscibili (gli anni ‘50, ’60 e ‘70) giocando semplicemente su fotografia e costumi, creando un mondo credibile anche nei passaggi meno realistici (su tutte l’accademia spaziale). Interessante anche la scelta di non utilizzare un futuro remoto come base di partenza per i viaggi nel tempo, e quindi di tenere tutta la storia in un arco temporale definito e passato, proteggendo l’estetica del film da ambientazioni contemporanee o futuribili, che risulterebbero inevitabilmente ridicole nel giro di qualche anno. Nella cura dei dettagli si nasconde la qualità di un prodotto.

Predestination entra a pieno titolo nel ristretto novero di grandi opere di fantascienza che utilizzano il tema fantastico per parlare dell’uomo e riflettere su grandi temi etici ed esistenziali. In questo caso, certamente la trama complessa prende il sopravvento sulle tematiche filosofiche, ma emerge in più punti il tema della libera scelta contrapposto a quello della predestinazione e della capacità di affermare la propria natura anche quando l’universo gioca contro.

Se un biglietto ridotto al cinema costa oltre sette euro e mi dà accesso a una sala affollata da imbecilli che non sanno arrivare in orario né tenere il cellulare spento, non tanto per seguire il film, quanto per rispetto altrui, allora vorrei – almeno ogni tanto – vedere un film degno di tutta questa fatica. Predestination è uno di questi film, per fortuna.

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