BIG HERO 6

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“In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?” (Baymax, Big Hero 6)

baymax

Dolore livello 1. 

winston – il corto iniziale, ci mostra le meraviglie del sistema di rendering MEANDER due anni dopo lo splendido Paperman. Purtroppo ci vorrà tempo prima di vederlo impiegato in un lungometraggio.

Dolore livello 2.

“Papà! Ma che fine hanno fatto Big Hero Uno, Big Hero Due , Big Hero Tre, Big Hero Quattro e Big Hero Cinque?” (bambino arguto, Cinema Parco De’Medici)

Nell’innocenza dei bambini si nasconde sempre la verità. Perché la domanda qui sopra riportata ci ha fatto molto ridere, ma poi ho pensato che il bimbo (sei anni al massimo) è già stato formattato e riprogrammato per pensare ai film come a interminabili concatenazioni di storielle poco significative dettate dal dipartimento marketing. Se vedi un numero, indica l’episodio, non il numero dei personaggi. Con buona pace de I Magnifici Sette, I fantastici 4 e, soprattutto, 300.

Dolore livello 3.

Hiro è il più anonimo protagonista di un film Disney dai tempi di Chicken Little, a meno di pensare che il vero protagonista sia il robot Baymax, povero operatore sanitario (trasformato suo malgrado in supereroe) che, ironia della sorte, contribuirà al diabete precoce di una generazione a mezzo McToast. La storia di Hiro è quella delle origini di un qualunque eroe Marvel: il solito percorso che passa dal dramma iniziale  fino al confronto con il proprio lato oscuro e redenzione finale con accettazione del (super)ruolo. Spider-Man, in salsa teriyaki, morso da un Topolino radioattivo e quando passi dal via, ritira le ventimilalire. Si può dire “che palle” nelle recensioni dei film Disney?

Dolore livello 4.

L’animazione è stupefacente: la città di San Fransokyo è splendida (ma inutilizzata) e Hyperion, il nuovo software per gestire l’illuminazione ambientale lascia a bocca aperta. Ah, no scusate, era uno sbadiglio. Ci sono sequenze in cui si fa fatica a credere che l’ambiente circostante sia animato e non ripreso dal vivo, ma anche in questo caso: era davvero necessario? E’ davvero meglio di uno sfondo disegnato e colorato ad acquerelli? Gli studios americani si sfidano a colpi di petabyte e potenza di calcolo, e meno male che Lasseter non perde occasione per incensare Miyazaki. 

Dolore Livello 5.

I sei eroi del titolo entrano in azione a metà film, e in modo alquanto pretestuoso. Io non ricordo che ci volesse mezzo film per entrare nel vivo delle avventure di Robin Hood o di Aladdin. Si inizia e l’eroe è già eroe, il cattivo è già cattivo: semplice, facile, vincente. Re Giovanni, Ursula, Capitan Uncino, Shere Khan, Malefica: male archetipico, senza via di redenzione, senza necessità di motivazione e per questo ancor più spaventoso. Così malvagi che nemmeno la comicità può redimerli. Un piacere odiarli, un piacere vederli trafitti, o cadere da altissimi dirupi verso una morte certa, meritata e dolorosa. L’uomo con la maschera kabuki che governa i microbot? Mah. Difficilmente lo vedremo sui carri nelle parate a Disneyland tra dieci anni, mi sa. E poi poverino, anche lui c’aveva il dramma interiore. Le cinquanta sfumature di grigio lasciamole alle quarantenni in calore, ridateci i cattivi CATTIVI.

Dolore Livello 6.

Mostri Contro Alieni, Megamind, Kung Fu Panda:  tutto ciò che mi viene in mente è Dreamworks, non Disney. E infatti sento tante persone dire: ho visto il nuovo film Pixar, per l’associazione facile con la computer graphic. Perché l’associazione spontanea con Disney è impossibile.  Big Hero 6 fa venire in mente troppe cose, ma mai la magia che Walt Disney pretendeva ed otteneva nei suoi film. Se pensate sia un merito adeguarsi ai tempi e modernizzare le ambientazioni, Big Hero 6 vi piacerà da matti, perché, onestamente, diverte e gira intorno ad un personaggio riuscito e semplice come Baymax, doppiato molto bene da Flavio Insinna. Però se fate lo sforzo di pensare alla meraviglia legata ai film Disney della vostra infanzia, vi ricrederete. E pensate ai bambini che crescono con l’umorismo dei Pinguini di Madagascar e l’azione di Big Hero 6. Che cosa resterà di questi film dentro di loro? A parte i grassi saturi, intendo. Lamentavo lo stesso problema per Ralph Spaccatutto , ma la qualità della storia era di un altro livello. 

Dolore livello 7.

Big Hero 6 è la versione Disney di un cinecomic (c’è anche il cameo di Stan Lee), ma sembra un film Dreamworks di cinque anni fa, per trattamento,riferimenti metacinematografici e superficialità.  Tratto da un oscuro fumetto Marvel, può vantare il primato di essere il primo prodotto di animazione Disney ispirato alle proprietà intellettuali della (ex) Casa delle Idee. Stan Lee è il nuovo Perrault. George Lucas sarà il prossimo? Ineccepibile dal punto di vista tecnico, Big Hero 6 paga dazio alla legge dell’Happy Meal, sacrificando tutti i personaggi secondari (quando uscite dal cinema provate a ricordarvi i nomi di tutti e sei gli eroi ), ridotti a semplici e inutili comparse, che però  troverete uno a settimana accanto al cheeseburger a partire da oggi.

Dolore livello 8.

Big Hero 6 piacerà anche a chi non ha visto né The Iron GiantGli Incredibili, perché i rimandi sono tanti e tali che quasi disturbano. I più attenti diranno: e allora Kimba il Leone Bianco? Vero, ma se copiando ti esce il Re Leone, apice mai più raggiunto, passi. Se copiando esce un film che sembra fatto da un altro studio e che l’anno prossimo ci saremo dimenticati del tutto, è un altro paio di maniche.  

Dolore livello 9.

Ai bambini piacerà, ovviamente. Impazziranno per Baymax, si strafogheranno di Happy Meal, si catapulteranno nei Disney Store. I più furbi, si chiederanno se il seguito sarà Big Hero 7 o Big Hero 62, ma il picco glicemico dovuto alle patatine fritte li anestetizzerà di nuovo fino al prossimo film, alimentando al contempo il dilagante disturbo da deficit di attenzione e iperattività (papà, perché è triste? PERCHE’ PER LA MADONNA INCORONATA GLI E’ APPENA MORTO IL FRATELLO, SE SMETTI DI MASTICARE PER UN ATTIMO MAGARI CAPISCI ANCHE QUALCHE BATTUTA).

Dolore livello 10. 

Mi sembra che alla Disney non abbiano ancora capito cosa vogliono fare da grandi, dopo esser tornati piccoli. Da quando è arrivato John Lasseter certamente i film, presi uno per uno, sono di qualità migliore rispetto al decennio precedente (del quale salvo solo Lilo & Stitch e Le Follie dell’Imperatore) e hanno incassato tantissimo, ma l’identità dello Studio si è persa definitivamente. E’ una battaglia colpo su colpo contro una concorrenza che migliora costantemente, ma non c’è una visione chiara come poteva essere quella del primo decennio Pixar, quella dello Studio Ghibli o anche quella dei Laika Studios (CoralineParanormanBoxtrolls). Le chiacchiere sull’effetto Lasseter (Potere ai creativi! A morte i dirigenti schiavi del dollaro!) mi fanno ridere: il trapianto del metodo Pixar ha prodotto un ibrido molto redditizio (e quindi vincente), ma completamente privo di personalità artistica, di un intento creativo che giustifichi l’impiego del mio tempo.

Facciamo che io torno ad odiare Jafar, che è meglio.

P.S. Guardo oltre, con speranza: Zootopia ci riporterà gli animali antropomorfi (una volpe!) ,  Moana (che in Italia cambierà probabilmente nome) potrebbe riportare la dimensione atemporale che mi è tanto cara e Giants (2018) segnerà il ritorno alle fiabe classiche. Se la Disney non rinasce con i prossimi tre, è game over.

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