Interstellar

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“Siamo figli delle stelle, non ci fermeremo mai per niente al mondo” (Alan Sorrenti)

La sabbia lentamente divora il pianeta Terra, rendendolo invivibile. L’ignoto è l’unica speranza, ma gli uomini hanno ormai smesso di guardare in alto. Le premesse narrative di Interstellar sono un manifesto programmatico del cinema di Christopher Nolan, che si batte per difendere un concetto di esperienza cinematografica legato alla meraviglia, alla curiosità, al buio della sala: una battaglia anacronistica, romantica e persa in partenza, ma non per questo meno degna di essere combattuta, soprattutto con armi come Inception e Interstellar. Nolan, che pure con la sua Bat-trilogia ha piantato non pochi chiodi nella bara del cinema dei tempi che furono, rifiuta testardamente il 3D, i trailer a raffica, la serialità, i ganci nei titoli di coda: elementi di un cinema che non stimola la curiosità e la fantasia, ma si è piegato al concetto di consumo e fidelizzazione. Come una coltre di sabbia che inibisce la nostra capacità guardare lontano. Inception prima, ma soprattutto Interstellar sono la dimostrazione che un altro cinema è ancora possibile, a patto di accettare la sfida dell’ignoto, la possibilità della sconfitta, una partita sul piano intellettuale ed emotivo oltre che su quello dell’intrattenimento.  Nolan vuole farci tornare spettatori, esploratori di realtà che si aprono ai nostri occhi per qualche ora e poi germogliano nella nostra fantasia per anni, invece della vuota esperienza seriale in cui si è trasformato il cinema di massa.

Cercando Interstellar su google, non si trova altro che un mucchio di articoli pedantissimi sull’inaccuratezza scientifica del film, che pure si vanta della consulenza di Kip Thorne. D’improvviso, tutti fisici teorici. Come se Interstellar fosse un trattato sulle potenzialità dei wormholes o sulla Teoria della Relatività. E’ verosimile? Sì. E’ realistico? Manco per sogno. E MENO MALE: è un film, deve emozionarci, non farci passare un esame di fisica quantistica. Purtroppo, si torna al discorso di prima – oggi il cinema è il punto di partenza per gare di  saccenza online, con la rete che fa da cassa di risonanza a tutti quelli che anni fa avremmo semplicemente mandato a fare in culo in presa diretta.

Non siete in grado di sospendere l’incredulità? I documentari sulla condizione dei lavoratori birmani vi attendono a braccia aperte. Le tragiche storie di donne africane private della propria dignità sono lì che aspettano solo il vostro sonno.

Interstellar è per chi è capace di meravigliarsi, non per chi parte prevenuto, non per chi pensa di saperla lunga, non per chi ha il tweet arguto in saccoccia ancora prima di aver acquistato il biglietto.

Potrei scrivere una recensione beffarda prendendo in giro tutte le stupidaggini che i protagonisti fanno e dicono nel film (“atterriamo sul pianeta accanto al buco nero dove un’ora equivale a sette anni terrestri per vedere se è abitabile” …tanto valeva mandare nello spazio i fratelli Marx…) , ma non lo farò perché Interstellar mi ha emozionato come da tanto non fa un film di questo tipo e soprattutto perchè la maggior parte di queste cose è ascrivibile alla fallacità della natura umana che è un elemento importantissimo della trama. E Nolan mi ha sorpreso, modificando la formula che aveva iniziato pericolosamente a connotare i suoi ultimi lavori: primo atto denso di grandi intuizioni di sceneggiatura che risultano alla fine troppo cervellotiche e vincolanti e che vengono pertanto negate nella risoluzione finale. Inception e il terzo Batman sono esempi evidenti, ma anche la logica interna di The Dark Knight fa abbastanza acqua. Stavolta Nolan parte piano, descrivendo con semplicità un pianeta sull’orlo del collasso, abbandonato a se stesso, in cui la scienza inizia a essere vista con diffidenza. Interstellar decolla dopo circa un’ora, insieme al razzo che parte alla volta di un wormhole scoperto nei pressi di Saturno, oltre il quale sono stati individuati dei potenziali pianeti abitabili. Da quel momento, il dramma dell’umanità appesa a un filo si sovrappone a quello di un padre, Cooper, (Matthew McConaughey in stato di grazia) che per dare una speranza ai propri figli ha dovuto abbandonarli. La missione disperata dell’equipaggio dell’Endurance attraverso buchi neri, paradossi e pianeti lontani è una lotta contro il tempo che si dilata dove la gravità è diversa, ma scorre inesorabilmente e disperatamente sulla Terra. Gli effetti della dilatazione temporale sono utilizzati magistralmente nella straziante sequenza del ritorno dal pianeta d’acqua, in cui Cooper si rende conto del prezzo che sta pagando.

 Nolan guida gli spettatori nei meandri della teoria della relatività con eleganza, disseminando spiegazioni scientifiche tanto superficiali quanto efficaci per darci la sensazione di capire cosa sta accadendo, ma soprattutto quale sia la posta in gioco per ciascun personaggio. Non è tanto l’esattezza scientifica a contare, quanto l’esattezza narrativa. Il rapporto tra padre e figlia in grado di travalicare tempo e spazio è l’elemento centrale del film: la risoluzione della teoria sui campi gravitazionali aveva bisogno di un passo che la scienza non era capace di fare e Nolan, allo stesso tempo, ha risolto la sua personale equazione cinematografica introducendo l’elemento dell’emozione, senza rinnegare la passione per la narrazione grandiosa e intellettuale che ha contraddistinto sinora le sue opere.

La grandiosità cinematografica è ciò che rende i film di Nolan unici : la  volontà di arrivare ad un pubblico ampio attraverso lo spettacolo puro dell’immagine, che solo chi ha piena consapevolezza e conoscenza (oltre a grandissimo talento) è in grado di realizzare pienamente. Lo spazio interstellare di Nolan riempie lo schermo ed è la frontiera emozionante e pericolosa per gli ultimi esploratori della razza umana. Si sono sprecati paragoni con Gravity, ma i due film non potrebbero essere più diversi. Nel film di Cuaron, lo spazio era metafora di lontananza e solitudine e l’obiettivo era tornare a vivere, tornare a casa. Al contrario, Interstellar, molto più direttamente, ci parla di avventura e di come l’uomo riesca a trascendere i propri limiti, di tanto in tanto, grazie al proprio cervello e (vivaddio, Christopher!) al proprio cuore. Lo spazio cosmico rappresenta la direzione da prendere, perchè è quella che offre più possibilità di evolversi come specie.

La risoluzione del film, che a prima vista sembra frettolosa, è in realtà l’unica possibile nel momento in cui si afferra il concetto che Interstellar ci chiede di non smettere mai di cercare la meraviglia, di non perdere il coraggio, di non smettere di guardare altrove. Nolan non ha avuto timore degli inevitabili confronti con 2001 Odissea nello Spazio e gliene va dato atto, ma  il riferimento (per sua stessa ammissione) è il cinema di Spielberg, l’intrattenimento meraviglioso diretto ad un pubblico più ampio possibile, fruibile immediatamente ed esaltante. In questo, Interstellar è superiore a Inception, a Batman, a Memento, a the Prestige.

Il tempo (sempre lui…) ci dirà se Interstellar sarà un film seminale o se potrà essere considerato un capolavoro, ma è difficile dirlo dopo una sola visione. Certamente è il film più completo di Nolan e rappresenta una nuova svolta nel suo percorso autoriale.

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