Sin City – Una donna per cui uccidere

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Il secondo capitolo della trasposizione cinematografica di Sin City si è fatto attendere talmente a lungo che a malapena ci si ricorda com’era fatto e perchè ci fosse piaciuto tanto il primo (già, perchè?). Nel 2005 ancora c’era Harry Potter al cinema e ancora speravamo che George Lucas potesse tirar fuori qualcosa dalla nuova trilogia di Star Wars. Solo per dire quanto tempo è passato tra il primo, divertente, capitolo e questo tardivo e superfluo sequel basato sulle graphic novel di Frank Miller (ah, nel frattempo Miller stesso ci ha anche deliziato con il film più brutto della storia del cinema, The Spirit).

Sin City -Una donna per cui uccidere, ha tutti i difetti di un sequel e nessun pregio, a meno di non considerare tale Eva Green sempre pretestuosamente nuda. Se lo vedete in 3D, probabilmente avrete le chiappe di Jessica Alba più vicine alla faccia di quanto potrete mai sperare, quindi anche questo va tenuto in considerazione nel giudizio complessivo.

Per il resto, la narrazione non lineare (è un prequel-sequel-midquel, ma questo vale anche per la graphic novel), qualche errore di continuità e un paio di recast rendono quasi impossibile rientrare nel mondo di Sin City senza essere confusi per buona parte del tempo o perdersi i collegamenti con gli eventi del primo film. La vicenda principale riporta in scena Dwight McCarthy, interpretato da Josh Brolin (in Sin City era Clive Owen). Essendo ambientato prima degli eventi narrati in Sin City, quello di Brolin è l’unico recast  giustificato narrativamente: Dwight si sottopone ad un intervento di ricostruzione facciale (solo che invece di diventare Clive Owen, diventa Josh Brolin col parrucchino e due protesi…), ma a meno di ricordare a memoria Sin City, non farete mai il collegamento tra i due personaggi.

Che la storia più interessante sia quella concepita appositamente per il film (The Long Bad Night, con Joseph Gordon-Levitt e un breve ma intenso cameo di Christopher Lloyd) la dice lunga sul fatto che le cartucce migliori Robert Rodriguez se le era sparate tutte con il primo film, di cui questo episodio sembra un addendum da edizione estesa home video. Il secondo arco narrativo originale (Nancy’s last dance) è un debole seguito alla vicenda di John Hartigan, e dà al film un finale davvero sottotono, al contrario della sequenza iniziale, che riporta in scena lo spettacolare Marv di Mickey Rourke, relegato dopo il buon avvio a deus ex machina/cameo nei vari episodi.  La storia della vendetta di Nancy (le chiappe di Jessica Alba di cui sopra)  è scritta male, tirata via e ripetitiva, oltre ad essere narrativamente impossibile da incastrare nella cronologia (ma questo è un problema minore). Se dopo nove anni Rodriguez pensa che ancora stiamo qui a pensare a Jessica Alba che balla sul bancone ha perfettamente ragione, ma non è un buon motivo per farcela vedere di nuovo, a ripetizione. Per quello esistono il dvd e il tasto rewind del telecomando. Anzi, basta youtube.

Il mix di animazione e live-action che tanto fedelmente aveva reso l’estetica della graphic novel resta inalterato (anche se le sequenze animate sembrano un po’ di basso livello), ma stavolta è un problema. Dopo nove anni, non fa alcun effetto, non è nuovo, non è vecchio, semplicemente non è nulla.

Robert Rodriguez ha il merito di essersi creato negli anni uno spazio artistico molto personale, ma in cui più passa il tempo più è l’unico a divertirsi (vedere gradimento di critica e pubblico su Rotten Tomatoes dei suoi ultimi film e in particolare dei sequel). Contento lui. La prossima volta, dvd e tasto rewind.

 

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