Si alza il vento

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Le vent se leve, il faut tenter de vivre” (Paul Valery)

Se davvero Si Alza il Vento sarà il testamento artistico di Hayao Miyazaki, non potremo mai rimproverargli di averci lasciato senza un altro capolavoro, forse il più grande di tutti, impresa peraltro non semplice. Con uno scarto stilistico sorprendente, Miyazaki abbandona il tema del fantastico che lo ha reso celebre, ricacciandolo nella dimensione più controllata del sogno, per dedicarsi a un progetto coraggioso e complesso, qualcosa d’intentato e forse impensabile sinora. Un biopic di animazione, un dramma storico che ricorda a tratti lo spendido La Collina dei Papaveri, opera seconda di suo figlio Goro. Invece di piegare la propria poetica ai topoi dei comuni biopic (ovvero scavare nel torbido e drammatizzare a fini di lucro) il Maestro fa l’opposto: prende due vite (oserei dire tre, anche la propria) le combina in un’unica figura e riesce nell’obiettivo di rendere, ancora una volta, universale e poetico il quotidiano. La narrazione segue la vita di Jiro Horikoshi, progettista degli aerei militari giapponesi Zero, tristementi resi celebri per il loro impiego nella Seconda guerra Mondiale. La carriera e l’evoluzione lavorativa di Horikoshi è seguita fedelmente, mentre gli avvenimento della sua vita privata (di cui in realtà poco si conosce) sono tratti dal romanzo Kaze Tachinu di Tatsuo Hori, a cui il film è dedicato.

Il risultato è una figura composita ma autentica nella quale Miyazaki infonde  il proprio punto di vista umano. Un’operazione che, così descritta, potrebbe destare qualche dubbio ma il film dissipa, quasi immediatamente qualunque questione, sia in merito alle licenze poetiche sia sulla liceità di fare un film su una figura legata a un episodio controverso della storia giapponese.

Si Alza il Vento è una storia sulla forza dirompente dei sogni. Gli aerei sono la metafora perfetta, espressione della creatività umana in grado di far superare all’uomo i limiti impostigli dalla natura , ma anche portatori naturali di morte, strumenti bellici di ineguagliabile utilità e pericolosità. C’è il grande contrasto dei temi cari a Miyazaki, l’equilibrio tra uomo, tecnologia e natura, il pacifismo e l’amore sconfinato per i mezzi militari volanti. Non c’è alcuna volontà apologetica, né tentativo di risolvere la contraddizione. Il contesto realistico basta e avanza per evidenziare il dramma di qualunque visionario costretto a fare i conti con la realtà e la pochezza della vita reale rapportata all’ideale che muove la sua coscienza. “Preferiresti vivere in un mondo con o senza Piramidi?” chiede, in un sogno l’ingegner Caproni al giovane Jiro, sconvolto dalle conseguenze della guerra, e la domanda, nella sua sconcertante semplicità, è rivolta a tutti noi.

La figura di Horikoshi è trattata in maniera realistica: tabagista, introverso, poco attento agli altri anche se di buon cuore: il suo sogno di progettare aerei sarà causa di grande dolore (personale e collettivo), oltre che di gioia, ma è una spinta propulsiva inarrestabile e, solo per questo, ammirevole. C’è Miyazaki che parla di se stesso, e di ogni artista, dicendo “il periodo creativo dura dieci anni” e forse cerca, con un bellissimo e toccante finale, di salutare la propria carriera pacificandosi con la vita.

Non è un film facile, Si Alza il Vento: molto lento, a tratti denso di tecnicismi sulla progettazione degli aerei, con momenti di elevato lirismo e personaggi umani a tutto tondo – l’inatteso stavolta è la normalità della vita, che a qualcuno potrebbe far storcere il naso. La scena del terremoto di Kanto del 1923 è di una crudezza incredibile, in cui immagini e sonoro fanno dimenticare di assistere ad un’opera animata. La Terra è rappresentata come un’entità pericolosa, meno accogliente che in altre opere. L’elemento di Si Alza il Vento è senza dubbio l’aria in cui gli aerei volano, che simboleggia anche lo spirito che crea i sogni e dà linfa all’uomo. Ogni volta che il vento si alza, ricorda a tutti di provare a vivere nonostante tutto quello che accade e che ci tiene legati alla materia, alla vita che ci scorre tra le dita, al tempo che passa. Il tocco fantastico non manca, ma come accennato è limitato: Horikoshi e Caproni condividono il sogno della progettazione di aerei come eleganti mezzi di trasporto ed esplorazione e Miyazaki rende quest’espressione alla lettera: i due si incontrano, ripetutamente, in luogo onirico comune, dove si confrontano e nel quale Caproni sprona il giovane collega a non desistere. Un espediente meraviglioso che solo da Miyazaki poteva venire.

Ponyo, l’ultimo film del maestro, era rivolto ai bambini piccoli,  un messaggio di benvenuto nel mondo. Con Kaze Tachinu, Miyazaki si rivolge invece agli adulti, regalando loro un capolavoro difficile ma imperdibile, un film di una profondità rara e commovente. Un regalo d’addio (?) inestimabile.

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