Non ci resta che Massimo

troisi00

Quest’anno cade il trentesimo anniversario dell’uscita al cinema di Non Ci Resta Che Piangere, film che non esito a definire capolavoro. Non ho problemi nemmeno a definirmi di parte: insieme a I Goonies, è IL film della mia infanzia, visto e rivisto così tante volte su una VHS registrata dalla tv che ora, quando lo vedo in DVD, mi fa ancora strano vedere quei pochi secondi dei titoli di testa che non ero riuscito a registrare. Ma comunque, posso sostenere la tesi del capolavoro anche con argomentazioni non esclusivamente sentimentali.

Il 2014 è anche l’anno del ventesimo anniversario della scomparsa di Massimo Troisi , artista unico, senza eredi e senza precedenti, in grado come pochi di essere profondamente rappresentativo della sua terra d’origine ed allo stesso tempo universale nel suo modo di innovare la comicità , rompere i luoghi comuni della recitazione e della cultura, senza mai, nemmeno una volta, essere banale, eccessivo, o fuori luogo. La morte in questo aiuta: Verdone e Benigni, che in modi simili e nello stesso periodo affrontavano un analogo percorso, hanno avuto molto più tempo di sbagliare e lo hanno fatto sempre più spesso, mentre Troisi se n’è andato, come tanti grandissimi, nel suo momento migliore, addirittura in tempo per lasciare un testamento artistico in grado di scavalcare i confini nazionali, come ogni artista sogna. Magra e amarissima consolazione, visto che da vent’anni solo la tecnologia ci permette di rivederlo, lui sempre giovane e noi sempre meno. Ma Troisi non invecchia non solo per l’artificio della registrazione – tutto quello che faceva ha una forza rimasta intatta, che ci raggiunge da quello sguardo che attraversa registrazioni traballanti e arriva, lucido, carico di consapevolezza per il paradosso tra fragilità umana e necessità di rompere l’inerzia al cambiamento, risolto solo con l’ironia propria dei grandissimi (mi viene in mente De Andrè, per esempio).

troisi01

Mi ricordo quel 4 giugno ,come se fosse ieri. Appuntamento al giornalaio vicino casa per la passeggiata di prammatica del sabato pomeriggio nel centro di Ostia. Ma il giornalaio era vicino di casa della sorella di Troisi, quella da cui lui stava quando se n’è andato. E così l’ho saputo non dai giornali, ma dal giornalaio, e sono corso a casa sperando che la tv smentisse quello che per testimonianza diretta avevo appreso.

La grandezza di Massimo Troisi era nella sua incapacità di accettare lo status quo sociale e culturale come un dato di fatto,  scegliendo la via della satira elegante, della finta indolenza come posizione privilegiata per scardinare i pregiudizi e le tradizioni, che sono il vero freno della crescita umana delle persone. Nessuna battuta è casuale, non c’è mai ripetizione, tormentoni e nemmeno il gusto della battuta fine a se stessa, nemmeno nei primi sketch. Si capisce, dopo un po’, che anche in un foglio di giornale accartocciato per fare le orecchie del “minollo” c’è una scheggia di una forza iconoclasta inarrestabile ma gentile, invisibile per quanti scelgano di ignorarla restando alla superficie comica. Chiedersi oggi cosa sarebbe Troisi è una domanda stupida e dolorosa, che evito di pormi, ma che mi viene in mente quando vedo sedicenti artisti scambiare satira e violenza, comicità e volgarità, sceneggiature con raccolte di infelici battute. Non ci sono eredi: chi indica il fenomeno napoletano di turno come nuovo Troisi guarda il dito invece della luna.

la smorfia "il minollo"

Non è vero che non ci resta che piangere, però, anche se ogni tanto mi vengono gli occhi lucidi a rivedere certe cose, anche solo delle foto. Possiamo ancora ridere e, personalmente, non posso farne a meno….

Qui c’è tutto quello di cui ho scritto, in pochissimi minuti di grandissimo cinema:

E questa è la mia scena preferita di Non Ci Resta che Piangere,  che evidenzia la grandezza di due fenomeni in grado di valorizzarsi reciprocamente senza togliersi spazio. Avete mai più visto Benigni così affiatato con qualcuno? Ecco.

No anzi è questa…

No anzi è questa…

vabbè….

 

 

Annunci