Nymph()maniac

nymphomaniac-poster-2

PARTE I

Cose che non potrete mai far capire a un ventenne di oggi: il brivido del VHS.

Un tempo, prima di MySky, dei download legali e illegali, della pay-per-view e di Amazon, c’eri solo tu, il palinsesto di Rai e Fininvest (per gli under 20: Mediaset, senza Premium) e la tua abilità con il videoregistratore. Le VHS erano disponibili in vari formati: 120 minuti,  per me inutili – due ore per un film più tutta la pubblicità potevano non essere sufficienti. Potevano bastare per registrare Mai Dire Gol, o qualche episodio di Friends, perchè il rischio che ti abbandonassero sul più bello tagliando il finale c’era sempre, e mica era come ora con Sky, che il giorno dopo rifanno lo stesso film dodici volte. Bisognava attendere almeno un anno, controllare scrupolosamente i programmi TV e sperare che non ci fossero spostamenti dell’ultimo minuto. Un’edizione speciale del TG dopo il primo tempo ed eri fottuto. C’erano quelle da 240 minuti: eccessive, costose, inutili: due film non ci entravano (per i motivi di cui sopra), ma anche avere un film + qualcos’altro era oltremodo scomodo, perchè per raggiungere il qualcos’altro bisognava mandare in FFWD tutto il film; infine, quelle da 180 minuti: l’ideale, per registrare il film e sopportare qualunque ingombro di pubblicità. A quel punto, l’unico intoppo poteva essere un breve blackout che resettava il timer del videoregistatore: la mattina dopo, un lampeggiante 00:00 era la spia di un qualche casino, ti informava silenziosamente che pure a sto giro, Rocky III non l’avevi registrato.

L’unica VHS da 240 minuti che abbia mai posseduto mi è servita a registrare Ben Hur, film per cui mio padre è tuttora fissato e che millanta di aver visto e rivisto al cinema. Non ricordo se alla fine Ben Hur sia entrato nella VHS da 240, nè tantomeno se mi sono sottoposto in tenera età al supplizio della visione, ma, mentre le altre VHS subivano continue e spesso dolorose sovrascritture (“cazzo ho dimenticato di comprare la videocassetta vuota….e ora cosa cancello, Karate Kid 3 o Robocop per registrare Il Tempio Maledetto?”) , Ben Hur sulla cassetta da 240 ha resistito al tempo e solo l’avvento del DVD ne ha decretato la definitiva distruzione. In un atto di compassione e nostalgia, ho regalato un supercofanozzo di Ben-Hur in DVD a mio padre. Che però non lo ha mai aperto. Tanto lo ha visto e rivisto al cinema, dice.

Che cazzo c’entra il VHS con Lars Von Trier,  diranno i miei attenti lettori? C’entra. Perchè Ben Hur (212 minuti) al cinema è uscito tutto intero. Così come C’era una volta in America (229 minuti), Il Padrino Parte II (200 minuti) e I Sette Samurai (207 minuti), solo per citare i primi che mi vengono in mente. Invece oggi no, oggi c’è la moda di dividere per due appena si può, che Internet ha distrutto la capacità di concentrarsi delle persone e anche perchè “diviso due” in termini di incassi significa l’esatto opposto.

Allora, se fai l’intellettuale che disdegna Harry Potter, Twilight e Lo Hobbit, anche per vedere Von Trier ti tocca andare due volte al cinema per un solo film. Una volta a vedere lo stesso film ci andavi perchè ti era piaciuto tanto, adesso per vedere come finisce.

Il guaio però non è solo l’avidità dei distributori unita all’involuzione del cervello umano, ma anche che Nymphomaniac, che pure ha molti pregi, non annovera tra essi la capacità di sintesi. In altre parole, non si giustifica una durata eccessiva per un film che, dal punto di vista strettamente narrativo, per metà non racconta niente e per l’altra metà racconta eventi slegati, noiosi e pure un po’ pretestuosi.

Se riconosci quest'immagine, hai vissuto gli anni Novanta

Se riconosci quest’immagine, hai vissuto gli anni Novanta

PARTE II

Partiamo da un fatto: quello non è il pisello di Shia LeBoeuf. Lungi dall’essere un esperto in materia, ho letto che per rendere autentiche le performance sessuali, il busto degli attori è stato sovraimposto digitalmente ai genitali di attori hard realmente impegnati nell’atto sessuale. Era necessario? Certamente no, così come non era necessario diluire in quattro ore una storia e un argomento certamente interessante. Pur ripromettendomi di elaborare un giudizio solo dopo aver visto entrambi i capitoli, appare evidente che la cesura operata dai distributori tagli il film in due metà distinte anche strutturalmente: nella prima, si fa la conoscenza di Jo (Charlotte Gainsbourg), che racconta ad uno sconosciuto  (Stellan Skarsgard) la storia della scoperta della sua condizione di ninfomane; nella seconda, mentre il racconto di Jo si avvicina al momento presente (il passare del tempo nel flashback è goffamente reso con un cambio di attrice per la parte di Jo ma non per quella del personaggio di Leboeuf, che invecchia meglio, evidentemente) , a Jo iniziano a succedere cose più o meno legate alla sua condizione sessuale. C’è un abbozzo di sviluppo narrativo, insomma.

Stranamente, a parte qualche sequenza riuscita, la seconda parte fallisce nel suscitare l’interesse per le vicende di Jo, risultando un prolungamento non necessario – o almeno uno sviluppo banale – dei presupposti gettati nelle prime due ore di film. Anche il continuo ricondurre le vicende di Jo a qualche schema sociologico/scientifico/artistico mostra il fianco dopo il quarto paragone fantasioso tipo tra la ninfomania e lo scisma d’oriente. Sto banalizzando, ma, a conti fatti, Nymphomaniac è un film che vive di felici intuizioni, sia artistiche che semantiche, diluite e banalizzate da una sovraesposizione di atti e organi sessuali non necessaria, per nulla provocatoria e decisamente poco disturbante o divertente: a parte il litigio tra i due amanti nudi di Jo ripreso ad altezza pene, non ricordo altre scene in cui la scelta di mostrare l’atto sessuale non risulti pretestuoso come in una qualunque puntata di Game of Thrones . Che si costruisse sul sesso la campagna pubblicitaria è una mossa condivisibile, meno che una riflessione sulla ninfomania quale metafora della solitudine umana e dell’incomunicabilità passi dalla necessità di mostrarci ripetutamente le grazie della Gainsbourg (che non è esattamente Charlize Theron, peraltro).

L’ultimo capitolo della “trilogia della depressione” di Lars Von Trier funziona discretamente finchè rimane un film parlato, in cui le immagini accompagnano la riflessione dei protagonisti sul dolore e sull’infelicità che si manifesta, per la protagonista, in una perversione sessuale. Il secondo tempo del film (ovvero il secondo biglietto che dobbiamo pagare) in qualche modo spezza la simbologia del film, portandone temi e personaggi in un contesto narrativo più classico, ma poco indovinato: per reggere (altre) due ore di storia, dobbiamo compatire i personaggi, nel senso etimologico di provare gli stessi sentimenti o almeno essere preoccupati dalla loro sorte: l’impresa è ardua, dopo due ore in cui tali personaggi sono stati utilizzati per incarnare idee e temi universali. L’effetto è opposto: esaurita la loro funzione simbolica, risulta quasi fuori luogo o quanto meno pleonastico vederli coinvolti nello squallore e nella banalità della vita di tutti i giorni – anche se è la vita di una ninfomane malavitosa.

Certamente un film da vedere, ma se avessi a disposizione una sola VHS da 240, non credo che ci registrerei Nymphomaniac, ecco.

Annunci