Locke

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Confinato nel circuito dei cinema difficili da raggiungere, e per questo frequentati meglio, Locke offre a Tom Hardy un’altra occasione per mettere in mostra quello che sa fare meglio, ovvero comprimere le emozioni del personaggio nel punto più lontano dalla superficie e rilasciarle con il contagocce, controllando la mimica facciale e modulando il linguaggio corporeo con un controllo da professionista del poker. C’era riuscito persino con Bane in The Dark Knight Returns, dietro una maschera che gli copriva gran parte del volto e con un personaggio non proprio riuscitissimo. In Locke non ci sono uomini pipistrello menomati e registi in preda a delirio di onnipotenza a intromettersi tra Hardy e il suo marchio fabbrica, ma questo – oltre ad essere il punto di forza del film, si rivela anche il suo più grande limite.

La scommessa del film di Steven Knight è quella di piazzare la macchina da presa in faccia a Tom Hardy e scaricare su di lui tutto il film, che racconta in tempo reale il viaggio in auto di un uomo che, per raggiungere una meta misteriosa, abbandona improvvisamente la famiglia e il lavoro, alla vigilia di una delicatissima operazione nel cantiere che supervisiona. Tutto quel che è accaduto viene ricostruito tramite le telefonate che Locke scambia con la moglie, i colleghi e una donna che lo sta aspettando a un’ora e mezza di distanza. C’è poca suspance: la verità è svelata abbastanza presto e non c’è un finale a sorpresa – Locke è una storia sulla solitudine e sulla morale. Il viaggio in auto di Locke è una metafora (abusata, certo) per una catarsi necessaria, ma che devasta tutto ciò che l’uomo ha costruito: una solida reputazione sul lavoro e la sua famiglia. La questione che si pone dunque è se esista un principio morale assoluto o se sia il contesto in cui cresciamo a tracciare il confine tra giusto e sbagliato. Soprattutto, al centro del film c’è il paradosso della soggettività del bene, di come esso sia influenzato dall’esperienza e pertanto causa di insanabili conflitti tra gli uomini. Se la scelta di Locke sia giusta o meno è una decisione lasciata allo spettatore. Non sono un filosofo, ma basta andare a prendere le sintesi di Wikipedia per capire che il nome del protagonista non è casuale.

La solitudine di Locke, efficacemente rappresentata dal telefono e dalla guida notturna verso una destinazione che sembra sempre più remota, è la condanna di un uomo che – per riparare ad un torto – decide di sacrificare se stesso, causando però dolore e problemi ad innumerevoli persone che non capiranno mai il suo gesto e comunque ne pagheranno le conseguenze.

Sebbene questo dilemma sia posto in maniera intelligente durante il film, Locke fallisce nell’obiettivo primario di ogni opera di fiction: intrattenere. All’inizio del film, Locke è già risoluto nel suo proposito e, a qualunque costo, terrà fede al suo imperativo morale. Tom Hardy è l’attore giusto per rappresentare con efficacia questo stato d’animo: fermo (fisicamente, emotivamente) ma allo stesso tempo disperato – il prezzo è il più alto che si possa pagare, ma è necessario. Il punto è che alla base di ogni storia deve esserci un conflitto, un dramma – mentre in Locke questo dramma è già superato all’inizio e quello a cui assistiamo è solo la conseguenza della scelta. In questo Hardy è sia punto di forza che limite del film: oggi è uno dei pochi in grado di fornire in maniera convincente una prova del genere, ma la sua imperscrutabilità non fa che aumentare la sensazione che tutto il dramma interiore si sia consumato prima dei titoli di testa.

Un film inusuale, centrato sulla performance di un unico bravissimo attore, che pone una questione interessante, ma che si prende un rischio enorme nel sacrificare l’aspetto narrativo più intrigante, scegliendo di raccontarlo solo attraverso monologhi e telefonate.

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