Lei

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Dal trailer, Lei sembra solo un film assurdo. Un uomo che si innamora di un sistema operativo. Non fidatevi: un trailer per forza di cose cerca come può di riassumere la trama, anche quando la trama non è la cosa più importante. Lei, o Her (che rende meglio il concetto), di Spike Jonze sarà uno dei film migliori che vedrete quest’anno e uno dei migliori che abbiate visto negli ultimi anni. Non so quanto il doppiaggio di Micaela Ramazzotti possa influire sulla versione italiana, e certamente sarebbe meglio una visione in lingua originale – ma la sostanza resta, perché di certo Her non è un capolavoro per l’interpretazione, comunque buona, di Scarlett Johannson. Her è un capolavoro perché Jonze, proseguendo nel suo percorso particolare e mai allineato, è riuscito a sintetizzare un film estremamente accessibile che scende in profondità tanto quanto gli permetterete di fare. E’ l’ Eternal Sunshine Of The Spotless Mind di questo decennio, confermando la contiguità di sensibilità e percorsi di Spike Jonze e Charlie Kaufman (coautori di Essere John Malkovich).

Il futuro prossimo rappresentato da Jonze, nel quale un sistema operativo senziente è in grado di prendere dccisioni e simulare una personalità non sembra tanto lontano. Da piccoli dettagli (i vestiti, ad esempio) riconosciamo un’ambientazione familiare, ma diversa: tutto ciò che è in scena concorre a dare la sensazione che il futuro di Her sia a un passo da noi. Ma, non meno di quello di Blade Runner, è un futuro distopico, incredibilmente inquietante, basta solo guardare bene. Theodore (Joaquin Phoenix straordinario) lavora per una ditta che scrive accorate lettere (d’amore, d’addio, d’auguri) per conto di altre persone. E’ il futuro del social network, a cui demandiamo l’espressione del nostro gradimento attraverso pulsanti “Like”, riducendo in forma binaria tutta la gamma emotiva ? Forse. Ma certamente ne è una credibile evoluzione, se nessuno sarà più in grado di esprimere in maniera articolata i propri sentimenti. Non c’è un atto d’accusa verso gli strumenti tecnologici, ma una sincera preoccupazione per il rischio, concreto, che l’uomo demandi persino la formulazione dei propri sentimenti alle macchine, al punto da non essere più in grado di interagire in maniera costruttiva con se stesso, prima di tutto, e con gli altri.

L’assurdità della storia d’amore tra uomo e macchina (anch’essa molto vicina alla realtà: si pensi ai numerosi software giapponesi che simulano l’esperienza del fidanzamento con una specie di Tamagotchi umano) nasconde ben altro, pur essendo godibile anche come semplice allegoria e soprattutto come variazione cinematografica sul tema classico del film romantico. Theodore è una persona incapace di funzionare all’interno di una coppia (qualunque sia l’altra metà) e Her è una riflessione sulla ineluttabile solitudine dell’essere umano e sulla fatica costante che i rapporti impongono. Un finale conciliante rimette nelle nostre mani, come solo per i grandi film accade, il giudizio definitivo sulla questione: Spike Jonze ha preso uno scenario futuribile per raccontare come siamo ora, senza emettere giudizi. Il rapporto con la tecnologia  trasforma i rapporti umani da sempre, e mediamente in positivo, annullando distanze e amplificando la possibilità dei rapporti. Her non è un film contro il progresso ( e nemmeno SUL progresso), anche se potrebbe essere letto in tal senso molto facilmente. Her è un film sull’uomo. La complessità e le implicazioni dello scenario di Her sono nascosti e organizzati in una struttura narrativa lineare e una accessibilità assente nei precedenti lavori di Jonze, che rivela ancora una volta doti non comuni di regia e messa in scena. Non c’è sempre bisogno di strafare o sorprendere esteticamente. Il lavoro delicato fatto su fotografia, scene e costumi da un lato tranquillizza, dall’altro è la prima chiave per aprire la porta verso le varie problematiche del film.

Un film difficile da raccontare: il rischio di banalizzarne il contenuto descrivendo la trama è altissimo, rischio di fare come il trailer. Le suggestioni che lascia sono tante e tali che l’unica cosa sensata che posso scrivere è di andare a vederlo. E rivederlo, perché una volta non basterà.

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