Smetto Quando Voglio

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Sta facendo parlare tanto di sé Smetto Quando Voglio, opera prima del mio coetaneo Sydney Sibilia. Mentre l’establishment della commedia italiana, reduce dalla sbornia Zalone, ripropone Veronesi e Verdone con le solite formule (a partire dai poster) e i soliti incassi rassicuranti, finalmente si condensano in un film nuovo i vapori emanati da un decennio di fiction americana e qualità inespresse nella “serie B” italiana, finora culminate in episodici exploit tipo Romanzo Criminale e Boris, che però al cinema non ha inciso. Nuovo non vuol dire originale: chi ha visto Breaking Bad, Una notte da leoni e (appunto) Boris, riconoscerà subito le matrici, che peraltro Sibilia non ha difficoltà a nascondere.

Smetto Quando Voglio è un film gradevole e divertente, ma meno di quel che si sente in giro. La sua vera qualità è la sincerità, quella stessa che Verdone ha smarrito ormai da anni e Veronesi non ha mai avuto: la capacità di intercettare la realtà e calarla in un contesto drammatico, non per forza realistico, ma credibile perché allineato ai nuovi modelli formali a cui le produzioni di qualità ci hanno abituato. Una commedia sul precariato rimanda ad antenati nobilissimi: sotto la facciata à là Breaking Bad e le facce del cast di Boris, c’è I Soliti Ignoti, sessant’anni dopo: la trama, ma soprattutto la comicità come arma contro un’amarezza che tutti proviamo e come pacifico manifesto di protesta. Se Virzì rappresenta la continuità della commedia all’italiana, Sibilia è la rottura, il ritorno al passato che non ripassa dal VIA solo per riprendere le ventimilalire. E’ l’inizio di una strada, non l’arrivo. Speriamo che altri contribuiscano, ora. 

La regia, una color correction audacissima e da far invidia a Jeunet , il montaggio, la colonna sonora, il modo di trattare i personaggi: niente in Smetto Quando Voglio sembra derivare dal modello italiano, eppure i personaggi raccontati sono persone a cui non possiamo non dedicare la nostra attenzione per un’ora e mezza perché parlano come noi, abitano in case simile alle nostre, vestono come noi. Non sono i soliti rampanti quarantenni proprietari di appartamenti stellari anche quando (raramente) hanno lavori umili, non sono architetti e pubblicitari (vedi Muccino), non sono benzinai sposati con medici (vedi Brizzi), non sono titolari di negozi vintage o giornalisti (vedi Verdone). Sono professionisti precari umiliati dalla casta e dalle generazioni più giovani, lasciati soli, in balia degli eventi, dimenticati dalla Storia prima ancora di poter provare a farne parte. Solo che – ovviamente – uno di loro decide di fare qualcosa di insensato: prendersi ciò che gli spetta a tutti i costi. Solo poche sere fa ero nel bel mezzo di un dialogo non troppo dissimile da quello che Pietro (Edoardo Leo) e Alberto (Stefano Fresi, fulminante) fanno a proposito della loro professionalità frustrata, che li spinge a uscire dalla legalità. Non mi metterò a spacciare come loro, ma è proprio questo il punto: il film parla di me, ma racconta una storia nel modo in cui me la deve raccontare oggi. Sia chiaro: non è Verdone che deve guidare la rivoluzione copernicana, anzi. Povero Carlo. E’ che dovrebbero esserci più Sibilia in giro.

Sydney Sibilia magari non sarà il nuovo Monicelli, ma mette in fila tutti con un film scritto in maniera semplice, realizzato in maniera intelligente e – fortunatamente – sorretto da un cast affiatato, collaudato e di talento (cosa che non tutti possono vantare in un’opera prima, qui il merito è di Fandango che ci ha creduto). Il futuro passa da qui: metabolizzare le lezioni di chi sta scrivendo i capolavori di questi anni e rielaborarne una forma consona e complementare al retaggio italiano. Smetto Quando Voglio è come le sue pasticche: una nuova droga ancora non a catalogo.

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