The Wolf of Wall Street

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“Vendimi questa penna”

Eccessiva durata. Eccessiva volgarità. Eccessiva regia. Eccessiva recitazione. Eccessiva sceneggiatura.  Martin Scorsese non si rassegna alla pensione e confeziona l’ennesimo capolavoro, per raccontare, stavolta, l’eccesso contemplato dalla società occidentale, l’impulso estremo racchiuso dentro tutti ma sfogato solo da alcuni. “Raccontare” non è esatto: The Wolf of Wall Street è un film 3D, ma senza occhialetti. Marty sceglie un registro leggero, da commedia nera, per rovesciare addosso al pubblico tre ore di cinema allo stato puro, senza un attimo di sosta, per fargli sentire quell’eccesso che racconta e soprattutto lo stordimento sensoriale che ne deriva. Se avesse potuto, secondo me, avrebbe distribuito pasticche di quaalude (la droga preferita dai protagonisti) insieme ai biglietti, perchè era l’unico modo che restava per immergere ancora di più lo spettatore nella parabola di Jordan Belfort.

Mentre De Niro calpesta ciò che resta della propria reputazione facendosi prendere a pugni da Stallone, Scorsese si affida per la quinta volta al suo nuovo personale avatar, Leonardo di Caprio, che se non prende l’Oscar nemmeno stavolta chi se ne frega, ma è uno scandalo tipo che dietro c’è Moggi di sicuro. Accanto a Di Caprio, che riesce a delineare un protagonista carismatico e umano, per quanto dannato, spicca l’intepretazione di Jonah Hill, giustamente anche lui candidato all’Oscar. Di Caprio si mangia letteralmente la scena, ma Jonah Hill fa di tutto per rubargliela: il risultato è incredibile e i due personaggi sono splendidi. Il Donnie Azoff di Hill meriterebbe una serie da ventiquattro episodi a stagione e la sua metamorfosi da timido impiegato incredulo a squalo della finanza avviene con una naturalezza impressionante, merito della sceneggiatura e di un’intepretazione fenomenali.

L’abbandono alle pulsioni deteriori della natura umana è la scelta consapevole di Belfort e soci e ciò che li rende materiale da romanzo. Scorsese incastra con eleganza tra scene di rara grandiosità cinematografica i momenti che sintetizzano un profilo critico della vicenda (uso il termine “critico” in senso neutro, ma chi ha visto il film sa che è così). L’eccesso dei party e delle droghe è sempre mostrato in tono leggero, accattivante (chi non vorrebbe partecipare?), ma il colpo da maestro sono  momenti come quello in cui il board della società discute le implicazioni legali di lanciare nani contro bersagli ai party o i pochi, silenziosi, secondi che mostrano l’agente Denham rientrare a casa dopo aver smantellato l’impero della truffa di Belfort.  La grandezza di questo film è in primo luogo cinematografica – Scorsese è un maestro senza eguali, la potenza visiva e in generale l’esperienza cinematografica di un film come questo sono cose sempre più rare. E’ una lezione di cinema. In secondo luogo, non si può non apprezzare la capacità di elaborare, anche grazie a delle straordinarie interpretazioni, una vicenda umana singolare negli eventi, ma universale moralmente. Non abbiamo bisogno di possedere uno yacht per immedesimarci o per capire, così come non dobbiamo essere grandi registi per apprezzare un capolavoro. Film imperdibile e non scoraggi la durata: tre ore volano come raramente accade e alla fine, come dopo una festa memorabile,  ne vorrete ancora, anche se sarete esausti.  

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