Il Capitale Umano

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Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto

Da tempi non sospetti reputo Paolo Virzì l’unico vero erede della commedia all’italiana. E’ l’unico autore che ne ha ripreso ed attualizzato temi e forme, riuscendo sempre a non ripetersi pur affermando sempre il proprio – inconfondibile – punto di vista. Il Capitale Umano è un ulteriore passo avanti (o di lato, forse) , con uno schema narrativo più vicino a un giallo (c’è un mistero da risolvere, legato ad un crimine che avviene all’inizio) , con toni più seriosi e slegati sia dalle ambientazioni tipiche toscane che dai toni comunque leggeri visti anche nelle ultime opere venate di maggiore malinconia (La Prima Cosa Bella e Tutti i Santi Giorni). La Brianza di Virzì è un luogo alieno al regista, un perfetto teatro dove ambientare una storia di tipo diverso e provare forme cinematografiche meno legate alla tradizione italiana.

Mentre La Grande Bellezza spopola all’estero mostrando il lato deteriore dei benpensanti, Il Capitale Umano – con altrettanta efficacia e forza cinematografica, e certamente maggior presa di posizione, si scaglia contro l’Italia di chi non si rende conto delle conseguenze delle proprie azioni. L’assoluta mancanza di responsabilità e buon senso si rivela nelle azioni dei personaggi principali, senza distinzione di età, ceto sociale e credo politico. Finiti i tempi di Ferie d’Agosto, quando si poteva scherzare, ma ancora forse mostrare una differenza sostanziale tra destra e sinistra, Il Capitale Umano raccoglie tutti sotto lo stesso cappello, quello dell’individualismo egoista. La reazione a catena si scarica sull’anello più debole, ma il sistema è immune al cambiamento e assorbe le crisi, seppur mietendo vittime e creando nuovi mostri.

La struttura in capitoli consente di svelare progressivamente la vicenda mostrando ogni volta l’intera storia da un punto di vista differente, aggiungendo i tasselli necessari a ricostruire il mosaico narrativo con un ritmo perfetto, come se davvero svelare il colpevole sia lo scopo del film. Mentre seguiamo gli intrecci dei personaggi, Virzì ci racconta dove siamo e come siamo. Non so perché, ma continua a tornarmi in mente il film di Sorrentino, che invece si era soffermato sull’insostenibile inutilità di chi a questo paese non contribuisce in alcun modo, né produttivamente né intellettualmente. Il grande difetto de La Grande Bellezza era quello di essere cinema fin troppo autoreferenziale, in cui l’impronta inequivocabile del regista napoletano si fermava ad un compiaciuto esercizio stilistico. Virzì si sporca le mani, e pur non potendo fare a meno (e ci mancherebbe altro) di assestare qualche colpo qua e là (l’assessore leghista, o il ricevimento finale) , si pone a salomonica distanza da storia e personaggi, rimettendo il giudizio alla sensibilità dello spettatore.

Il cast è importante: su tutti Fabrizio Bentivoglio, che si diverte come un matto a creare un personaggio autenticamente squallido, il lato peggiore della natura umana accecata dall’ambizione. Fabrizio Gifuni e Valeria Golino portano a casa la pagnotta con ruoli minori, mentre la Bruni Tedeschi è il quarto mistero di Fatima. Se ne dice un gran bene, forse per quella’usanza caritatevole di cercare qualità anche nei fratelli meno dotati (per cui se uno è bello, l’altro sarà sensibile…se uno è intelligente, l’altro sarà sveglio…se una fa la modella, l’altra è una brava attrice…) . Un plauso particolare ai giovani, che dimostrano grande intensità e capacità (sicuramente Virzì sa far rendere i suoi attori al massimo). Se son rose fioriranno.

Un film di respiro internazionale, che non dimentica di essere testimonianza dei nostri tempi.

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