Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug

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Faccio un elenco, anzi due.

Cinque cose che NON mi sono piaciute de Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug

  1. Il flirt nano-elfico, epic fail.
  2. L’impianto visivo: alcuni effetti speciali sono veramente dozzinali, in particolare la colata di oro fuso nel finale sembra un semilavorato, completamente disgiunta dal resto della scena (già non particolarmente riuscita). Capitolo HFR: c’è da aggiustare il tiro con la fotografia, alcune sequenze sembrano un documentario del National Geographic e tramortiscono l’atmosfera fiabesca, dando un involontario effetto “zapping” fastidiosissimo. Non ho capito da cosa dipenda, se dalla velocità della macchina da presa, dalla quantità di postproduzione o dalla luce nella scena, ma è veramente irritante.
  3. Beorn: il personaggio più affascinante del libro viene obliterato per un’inutile sequenza d’apertura, per dare spazio a elfe arrapate e melassa varia
  4. Orlando Bloom: per giunta in HD e a 48 fps, si vede da un chilometro che ha dodici anni di più, che non ha certo impiegato per migliorare la qualità della recitazione
  5. L’effetto déjà-vu: Peter Jackson ricalca e si ripete appena può, e al quinto film la cosa ha definitivamente stancato, soprattutto perché la maggior parte delle volte è totalmente immotivata

Soprendentemente, ci sono ben cinque cose che mi sono piaciute:

  1. Martin Freeman, che è il vero valore aggiunto di questa trilogia e probabilmente la miglior scelta di casting di tutta la saga (a parte Andy Serkis, che però stavolta non compare). La sua discesa verso il Lato Oscuro è iniziata, ma senza le smorfie da poppante ottuso di Elijah Wood. Bilbo è cambiato.
  2. Smaug, che vorrei riascoltare con la voce originale di Benedict Cumberbatch. L’animazione del Drago è splendida, non c’è niente da dire
  3. L’azione: la scena con i ragni e – in parte -il duello tra elfi, nani e orchi sono tra le cose migliori viste sinora in termini di coreografia e regia, davvero da togliere il fiato
  4. Il ritmo: basta piagnistei naneschi, basta minchiate: due ore e mezza passano veloci, salvo arrancare nel finale, con l’ennesimo scenario di gallerie e ponti sospesi da percorrere affannosamente in cerca di un’uscita. L’effetto deja-vu, al quinto film, è inevitabile, soprattutto se l’autoreferenzialità (o il cut and paste) è a questi livelli incomprensibili.
  5. La scenografia: finalmente sembra di essere davvero nella Terra di Mezzo e non in Nuova Zelanda. Il Bosco Atro e l’interno della Montagna del Drago (la camera di Smaug) sono meglio di qualunque cosa ci si potesse immaginare e anche Pontelagolungo è una riuscita variazione al modello usato sinora

A conti fatti, tutte le aggiunte di Jackson e soci sono discutibili, anzi, dannose, per il film. La scena nelle fucine della montagna è ridicola per quante forzature narrative deve includere e sembra anche affrettata dal punto di vista degli effetti speciali. Il ridicolo rapporto tra Fili e Tauriel (l’elfo col Botox) si risolve nella replica esatta della scena di Arwen che guarisce Frodo ne La Compagnia dell’Anello, con la differenza che Fili aveva avuto sì e no tre battute fino a quel momento e Tauriel, al contrario di Arwen, è un personaggio del tutto inessenziale. Va bene allungare la brodaglia per fare un terzo film, ma aggiungere questa melassa inconsistente (nano e elfa? la battuta sui nani dotati e gli elfi gay ve la fate da soli, giusto?) è un po’ una presa in giro. Il ruolo di Beorn viene dolorosamente ridotto, così come l’arco temporale coperto dal viaggio dei nani, per dare spazio all’azione: gli orchi perennemente all’inseguimento dei nani potrebbero anche funzionare, ma quali sono le probabilità che su tredici nani e uno hobbit non ci resti mai secco nessuno contro un esercito di orchi incazzati e un drago enorme? A tratti si sfiora il ridicolo, ed è un peccato.

Anche la parte su Dol Guldur, che è il vero trait d’union con la trilogia de Il Signore Degli Anelli, lascia il tempo che trova e costringe a forzature narrative insensate (perché imprigionare Gandalf invece di ucciderlo?). Last but not least, Bard, che nel libro appare per la prima volta quando Smaug decide di uscire dalla Montagna, si prende la scena per mezzo film, togliendo spazio a Bilbo. Se questa scelta funzionerà, tutto dipende dalla prima metà del prossimo film: sospendo il giudizio perché la fine di Smaug, nel libro, è forse la cosa che funziona meno e presentare con anticipo il personaggio che ne sarà responsabile potrebbe essere stata una scelta accorta. Per ora, è l’ennesimo personaggio di cui non si sentiva il bisogno.

Il capitolo di mezzo della trilogia soffre di tutti i mali di tutti i capitoli di mezzo, ma forse – mi arrischio nel giudizio – è il miglior film dai tempi de La Compagnia dell’Anello. Se questo basti o meno a farne un buon film, è opinabile e dipende da quanto vi appassioni la saga jacksoniana o l’equivalente tolkeniano. Senza dubbio, ci sono lampi di grande cinema e spettacolo, che però si pagano con momenti di buio pesto e forse una storia che inizia a sentire il peso della ripetizione formulaica scelta dal regista per dare coerenza al materiale di partenza.

Postilla: a me il doppiaggio di Gigi Proietti non va giù. Mi pare che non abbia capito il personaggio, e ogni volta che Gandalf apre bocca, sembra che voglia raccontare la barzelletta del Cavaliere Nero.

 

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