Una Piccola Impresa Meridionale

unapiccolaimpresameridionale

“Piove in cinque quarti, un tempo dispari”

“…E’ grave?”

“E’ Jazz”

Ci riprova Rocco Papaleo dopo Basilicata Coast to Coast. Una Piccola Impresa Meridionale è un film diverso, forse un po’ più pretenzioso e meno istintivo, ma non meno riuscito. C’è un prete spretato che torna al paese, ma, per non dare scandalo, si rifugia nel vecchio faro in disuso gestito un tempo dalla sua famiglia. L’isolamento dura poco: arrivano nell’ordine la sorella ex-escort della domestica di famiglia, il cognato cornuto che non ne può più delle prese in giro del paese, la piccola impresa di ristrutturazioni che deve riparare il tetto, la sorella con  l’amante, infine anche la madre – che non può reggere l’onta della combo figlio spretato / figlia fedifraga (e altro che non sto a spoilerare). Un film corale che, come i suoi personaggi, a volte non sa esattamente cosa fare e dove andare a parare, ma riesce sempre a reinventarsi.

Il faro spento accoglie personaggi vari, dai sei ai settant’anni, accomunati dall’essere giunti, per colpa propria o per caso, ad un punto di non ritorno, ad un momento della vita in cui il passato è perduto per sempre e si ha bisogno di trovare un nuovo punto di riferimento. La riaccensione del faro, ovviamente, segna il momento in cui finalmente il futuro inizia ad essere nuovamente luminoso.

L’umorismo di Papaleo è basato su un linguaggio colto, che è un piacere sentire al cinema, che non si vergogna di qualche  volgarità, che bilancia in maniera delicata situazioni demenziali con comicità più sofisticata, divagazioni sui tempi musicali dispari con un semplice ed accessibile lieto fine. Il cast lo segue: raramente Barbara Bobulova e Riccardo Scamarcio sono sembrati così convincenti. I vari personaggi, per quanto assurdi e per quanto improbabilmente assortiti, non sembrano mai finti, al contrario della stragrande maggioranza dei personaggi del cinema italiano, che puzzano di sceneggiatura radical chic già dal trailer.

Il mondo abitato dai personaggi di Una Piccola Impresa Meridionale (un po’ come la Basilicata selvaggia dell’altro film) è un paesaggio meraviglioso (in teoria siamo in Puglia, in pratica Sardegna) che offre armonia e fraternità, mentre la meschinità umana lavora costantemente in senso opposto. La sensibilità artistica di Papaleo, sempre filtrata e mascherata dalla sua autoironia, emerge nel modo in cui le varie storie si intrecciano e da casuali racconti individuali diventano l’intelaiatura di una critica ferma – ma sempre leggera nella forma – all’incapacità di chi dovrebbe aiutare le persone nei momenti più difficili (la Chiesa, la famiglia, le istituzioni) di staccarsi da tradizioni, usanze e protocolli per esser loro davvero d’aiuto.

Un unico appunto: come in Basilicata Coast to Coast, mi stupisce un po’ il trattamento che Papaleo riserva alla propria musica nei suoi film; un po’ sacrificata, affidata alla voce degli altri, mai utilizzata davvero con convinzione. Forse è quel pudore che lo contraddistingue da sempre, forse è per non ripetere al cinema lo schema degli spettacoli teatrali. E’ l’unica cosa che può destare qualche perplessità in chi conosce anche l’anima musicale di Papaleo e sa che pezzi come Foca o Basilicata on My Mind avrebbero tutta la forza di prendersi una scena cinematografica.

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