Gravity

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Life is what happens to you when you’re busy making other plans” (John Lennon)

L’ambivalenza del termine gravità, che l’inglese condivide con l’italiano, è la chiave di lettura principale del film di Alfono Cuaron. In particolare: l’assenza di gravità dello spazio è la stessa che percepisce Ryan Stone (Sandra Bullock), da quando una tragedia insensata e imprevedibile le ha portato via la figlia di quattro anni. Niente ha peso, niente ha importanza, niente ti tiene legato alla vita. A gravità zero, sospesi nell’orbita terrestre, una missione semplice semplice diventa una tragedia quando una reazione a catena porta nella traiettoria degli astronauti una serie di detriti lanciati a velocità elevatissima. Tornare a casa diventa un’impresa impossibile. La Terra, così vicina, improvvisamente è lontanissima.

La mia avversione per Sandra Bullock esce rinforzata dalla visione di questo film. Non è che non sappia recitare: è impossibilitata a farlo a causa del botox e di lineamenti naturalmente inespressivi. Nonostante non tifassi esattamente per la sopravvivenza della protagonista, Gravity mi ha comunque colpito ed emozionato: la potenza delle immagini è di rara portata e i primi dieci minuti sono un’unica sequenza in cui i movimenti di macchina portano tutti a percepire l’assenza di gravità. Quando arrivano i primi stacchi, Cuaron alterna soggettiva e primissimi piani, utilizzando i riflessi sui caschi, facendo un ottimo uso del 3D (per una volta…) e della colonna sonora : il silenzio dello spazio è il più inquietante degli effetti sonori, la sua immensità spaventa prima di affascinare. Ho letto che niente è stato girato a zero G: ogni movimento di personaggi e oggetti è precisamente coreografato. Il risultato è un film visivamente mozzafiato, che mostra lo stato dell’arte della tecnologia senza sembrare uno spot come Avatar e che riesce ad avere una portata emotiva commisurata allo spettacolo nonostante la poca verosimiglianza della trama (un medico inviato nello spazio a riparare il telescopio Hubble? Ma perchè? E la serie di incidenti che capitano è degna di un episodio di Mister Bean, sinceramente).

Non mancano alcuni evitabili luoghi comuni : il navigato professionista all’ultima missione (George Clooney nel ruolo che negli ultimi dieci anni ha sempre avuto Denzel Washington ma ehi, adesso che li mandiamo addirittura nello spazio? Non gli basta la Presidenza? ) che fa lo spaccone ma anche da mentore alla recluta indisciplinata con conflitti interiori che dovrà superare per portare le chiappe a casa. A proposito di Clooney, il doppiaggio di Pannofino  è troppo riconoscibile, anche perchè il nostro Renè Ferretti ormai non fa nulla per non farsi riconoscere: considerando che la metà delle battute di Clooney sono ascoltate via radio dalla Bullock, sembra che la povera dottoressa Stone sia collegata in diretta con il set di Boris.

Gravity è un accorato inno all’umanità. Si sono sprecati paragoni con Kubrick (a cui forse Cuaron deve qualche inquadratura spaziale) ma Gravity è più diretto e semplice di 2001. La Terra è presente in quasi tutte le inquadrature e, sebbene troppo lontana per esercitare la sua forza attrattiva fisica, richiama costantemente i personaggi (e gli spettatori con loro) con un altro tipo di attrazione: è il luogo dove le cose hanno il peso che abbiamo imparato a misurare. La scienza è la prova del principio vitale che anima l’uomo: la volontà di sopravvivere e dominare le circostanze, gli imprevisti, le tragedie, togliendosi di dosso il peso del dolore, imparare a lasciarlo andare per poter riemergere in superficie più forti. Il gran finale del film rinforza l’immagine della Terra (e dell’acqua) come elemento di rinascita e di vita, opposto al vuoto cosmico inospitale. L’identità di anima e corpo, più che la loro dicotomia, è quello che identifica l’uomo e la sua storia sul pianeta. La vita tende a colpire forte e all’improvviso, tipo con un pezzo di satellite lanciato a trentamila chilometri orari nella tua traiettoria mentre ripari un telescopio spaziale. E’ successo a tutti, e succederà ancora, ci dice Gravity: lasciarsi andare non è un’opzione accettabile.

Senso della vita a parte, Gravity è un film epico e spettacolare e non è un prequel, un sequel, remake, reboot, riduzione, adattamento, franchise, storia vera,  cuccuruccuccu paloma. Come direbbe Frederick Frankenstein: SI . PUO’. FARE!

sipuòfare

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