La Fine del Mondo

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The World’s End è il nome di un pub, l’ultimo dei dodici da visitare per completare il “Golden Mile” della birra a Newton Haven. L’impresa, rimasta incompiuta l’ultimo giorno di scuola, viene riproposta vent’anni dopo da Gary (Simon Pegg) ai suoi quattro storici (ex) amici. Completare il Golden Mile e “chiudere il cerchio”. Il ritorno a Newton Haven riporta a galle antiche ruggini, ma soprattutto, la città è cambiata in modo sinistro e le persone si comportano in modo innaturale…completare il giro e arrivare al The World’s End potrebbe non essere così semplice…

Edgar Wright e Simon Pegg chiudono la “Trilogia del Cornetto” ritornando sulla medesima formula di Shaun of the Dead, di fatto sostituendo l’horror e gli zombie con la fantascienza e gli alieni, giocando pericolosamente sul confine tra parodia e genere. La vera differenza è che se Shaun of the Dead era un film sulla presa di coscienza dei 30 anni, La Fine del Mondo è un film sull’età adulta (Gabriele Muccino, prendi nota). Il ritorno impossibile all’adolescenza è raffigurato efficacemente come una città natale uguale a se stessa ma impossibile da percepire allo stesso modo e, soprattutto, ormai lontana dal concetto di “casa”. A quarant’anni, non ha senso tornare indietro, non ha senso rimpiangere le antiche imprese adolescenziali, forse nemmeno aggrapparsi alle stesse persone. Il personaggio di Gary (non esattamente il tipico ruolo di Pegg) è l’amico che tutti ci vergognamo di aver avuto, incapace di crescere, paralizzato nelle illusioni dei suoi sedici anni mentre tutti gli altri sono andati avanti. Se The World’s End fosse un film americano, ci sarebbe un cammino di redenzione e crescita per Gary. Fortunatamente, The World’s End NON è un film americano. Non a caso, alla fine, si resta un po’ spiazzati: la fantascienza è usata come metafora, è evidente, ma da metà film in avanti prevale il semplice, incalzante svolgimento degli eventi e non c’è spazio per alcun approfondimento. Quando arrivano veramente gli alieni, insomma, è un po’ più dura giocare con le metafore esistenziali.

Non è certo da un duo come Simon Pegg e Nick Frost (più Martin Freeman, Eddie Marsan e Paddy Considine) che dobbiamo aspettarci un elegiaco addio all’ebbrezza giovanile: tra gag demenziali, citazioni , volgarità gratuite e geniali (il sandwich all’arancia…), non si capisce mai dove il film voglia veramente andare a parare, ma di certo non mira a immalinconire lo spettatore.

The World’s End non è un film perfetto, ma è divertente e ammirevole nel tentativo di coniugare tematiche importanti, generi cinematografici antitetici e una scrittura brillante. Qua è là si perde ritmo e certamente a volte si nota un po’ di autoindulgenza nella scrittura, ma sono difetti perdonabili.

Nei cinema italiani è arrivato e sparito in un lampo…ma poco male: di certo è meglio in versione originale. Da recuperare insieme agli altri due pseudo-capitoli della trilogia (più il capitolo apocrifo Paul).

 

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