Mood Indigo – La schiuma dei giorni

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Sono le cose che cambiano, non le persone

 

Se una percentuale superiore al 10% lascia la sala durante un film, i casi sono tre:

1. i popcorn sono salatissimi, quindi urge refill della coca (ma questa opzione implica che la gente rientri in sala, dopo)

2. il film fa schifo

3. il film non fa nulla per assecondare le aspettative dello spettatore medio, cercando di sorprenderlo o spiazzarlo

4. il petomane di turno è al centro della sala

Nel caso di Mood Indigo di Michel Gondry siamo nel caso 2 o 3, almeno prendendo come esempio la proiezione delle 20 di sabato scorso al cinema Giulio Cesare di Roma. Siamo nel caso 2 se siete tra quelli che se ne sono andati, nel caso 3 se siete tra quelli che sono rimasti, ma di certo non era colpa dei popcorn o del meteorismo. Sarebbe interessante sapere a cosa pensavano di assistere gli spettatori che hanno lasciato la sala, visto che Gondry non è esattamente un regista mainstream (e lo ha dimostrato con il flop di Green Hornet) e di certo il romanzo di Boris Vian da cui il film è tratto non è proprio materia da ombrellone. I presupposti per un film originale e impegnativo c’erano tutti e Michel Gondry riesce nuovamente a trovare un equilibrio per mettere al servizio della sceneggiatura la sua incredibile capacità di creare effetti speciali e mondi onirici, così come gli era riuscito in maniera perfetta in Eternal Sunshine of the Spotless Mind e – sebbene con un film completamente diverso per tono ed ambizione – Be Kind Rewind.

Mood Indigo è un film che inizia travolgendo la nostra capacità di elaborare informazioni visive: il caleidoscopio di dettagli messo in scena da Gondry per i primi quindici minuti di film vale da solo il prezzo del biglietto: è una lezione di cinema e di “artigianato” cinematografico. A tratti, risulta persino faticoso seguire la scena. Solo alla fine si capisce il perchè di questa valanga di trovate incastrate tra loro: il tono del film cambia progressivamente fino a  chiudersi in un bianco e nero malinconico e disperato , sintesi dell’amara riflessione di Vian ( e di Gondry?). Il contrasto è esasperato perchè il film deve dettare i tempi ad un racconto (e a tutto ciò che esso contiene) che nella sua forma originale – il libro – lascerebbe al lettore il tempo di assorbire e pensare. L’universo grottesco e delirante di Vian trova una felice declinazione nella regia di Gondry, che utilizza tutti i mezzi a sua disposizione (e non sono pochi) per creare attraverso le immagini degli stati d’animo precisi: l’incoscienza della giovinezza, la felicità dell’amore, la perdita della spensieratezza, l’alienazione, la disperazione. Non è nella sceneggiatura nè nell’autenticità dei personaggi che si ritrova il senso del film, ma nell’organica costruzione di ogni singola scena: dalla fotografia agli oggetti nell’inquadratura, dagli effetti speciali agli attori, che diventano l’ennesimo strumento di lavoro nelle mani del regista francese.

Avevo trovato L’Arte del Sogno un film piuttosto deludente, una galleria delle visioni di Gondry infilate a forza in una debole storia: il confronto con Eternal Sunshine certo non aveva giovato (e d’altra parte la sceneggiatura di Charlie Kaufman non è una variabile di cui si può fare a meno in maniera indolore). Mood Indigo riporta alla mente quei due film, se non altro perchè la tematica dell’amore resta centrale nella crescita del protagonista (stavolta è l’onnipresente Romain Duris) e perchè Gondry riesce sempre a mostrare in maniera lucida e allo stesso tempo poetica tutti gli aspetti positivi e negativi di un rapporto di coppia. Eternal Sunshine però resta un film americano, intelligente e fintamente rassicurante (almeno offre una lettura superficiale con lieto fine), e L’Arte del Sogno cedeva ad un appagante romanticismo. In altre parole: nessuno lascia la sala con film del genere. Mood Indigo non rassicura e non conforta: persino nelle fasi iniziali il mondo sembra una copia inquietante di quello reale, un posto pericoloso, in cui la felicità è un’illusione e non un diritto. Un posto senza un regista come Michel Gondry.

 

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