In Trance

trance-poster

Proverbio popolare: “Tira più un pelo di f**a che un carro di buoi

Corollario di Danny Boyle: “Pure depilata tira uguale

Difficile raccontare In Trance, ultima fatica di Danny Boyle, quando evitare spoiler è uno dei principi fondamentali su cui si basa questo blog (per questo non posso svelare a cosa faccia riferimento il Corollario qui sopra…ma se vi piace Rosario Dawson consiglio acquisto del DVD e tasto “pausa”). Il guaio è che lo svelamento finale di In Trance invece di semplificare, complica notevolmente le cose: bisogna supporre, presumere, unire arbitrariamente puntini  sui legami e le motivazioni dei vari personaggi in gioco. Manca qualche tassello, e alcuni sembrano non incastrarsi alla perfezione. E’ un difetto di sceneggiatura o del montaggio finale? Probabilmente sì, ma – al contrario di altre volte – ci sono attenuanti , persino la probabilità che la cosa sia voluta. Magari mi sbaglio, magari mi piace troppo Danny Boyle dopo 127 Ore per andare a girare il coltello nella piaga dei plot holes, ma il fatto è che un film come In Trance è soprattutto un bellissimo esercizio di cinema, di inventiva e di estetica che riesce a far passare eventuali incongruenze da scelte ponderate.

Simon (James McAvoy) ruba un dipinto di Goya per conto di Franck (Vincent Cassel), ma in seguito ad un colpo alla testa dimentica dove ha nascosto il quadro. L’unica strada percorribile sembra essere l’ipnosi, ma la terapista scelta (Rosario Dawson) opta per una terapia d’urto e per Simon distinguere realtà e stato di trance inizia ad essere sempre più difficile…

Il film è costruito come un insieme di scatole cinesi e il gioco con lo spettatore inizia quasi da subito: davvero non si ricorda? La terapista nasconde qualcosa? Chi sta fregando chi, davvero? Inutile cercare gli indizi, meglio concentrarsi sulla splendida regia, sulla composizione delle inquadrature, sul montaggio sfrenato, marchi di fabbrica di casa Boyle. Se indovinate il finale, siete ottimi pensatori “laterali”, ma non necessariamente Sherlock Holmes in erba. D’altro canto, non è scritto da nessuna parte che il film debba mettere a disposizione dello spettatore gli elementi per indovinare in anticipo il finale e in questo Danny Boyle è abilissimo: lascia tracce che non conducono a niente, mette in bella vista indizi che si è portati a non considerare, include lo spiegone finale a ridosso della scena più concitata, non lasciando il tempo materiale necessario per collegare e controllare i fatti – e a quel punto il rapporto tra i personaggi è talmente compromesso che il dubbio resta comunque.

In un film che indaga la natura del legame tra ricordi e identità e che ha come presupposto la nozione che la manipolazione dei ricordi possa essere utilizzata per influenzare il comportamento ed il giudizio di una persona, è un colpo da maestro fare in modo che lo spettatore debba fare uno sforzo di memoria notevole per tentare di dare un ordine logico a frammenti di storia raccontati in maniera non lineare e decidere a quale storia credere.

In trance non è il miglior film di Danny Boyle, perché manca di originalità (da Memento a Eternal Sunshine ce ne sono di film sull’argomento…) e lascia qualche dubbio di troppo sulla storia, ma è un perfetto esempio di piccolo film d’autore che conosce il linguaggio del cinema e lo usa con mestiere, a vantaggio del risultato finale. Non sono tanto i dettagli della trama, quanto l’eleganza e lo stile della composizione delle scene e delle sequenze a far venire voglia di rivedere il film.

Una seconda visione potrebbe aiutare a capire se ci sono o meno buchi nella sceneggiatura, ma sarebbe come rivedere un trucco di magia che la prima volta ci ha ingannato e divertito, per cercare di scoprirlo e – in fondo – rovinarlo. Poi se non ce la fate ad aspettare il DVD o vi siete distratti proprio in QUEL momento e vi serve una scusa per tornare al cinema…potete sempre dare la colpa alla sceneggiatura poco chiara. Non vi crederà nessuno, sappiatelo.

Annunci