L’Uomo d’Acciaio

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Il problema, è evidente, è che sei Superman. Di soprannome fai Uomo d’Acciaio, o male che ti va Nembo Kid. E a noi, di uno che si fa chiamare Uomo d’Acciaio anche se è un alieno, ce n’è sempre fregato poco, o comunque meno, che ne so, di uno che si fa chiamare Cavaliere Oscuro ed è uno come noi. Visto che agli executive della Warner Bros sfuggono evidentemente le più elementari logiche del transfert, del potere degli archetipi narrativi, e di quanto sia più fico Batman punto e basta, hanno pensato che visto che Batman+Nolan=un sacco di soldi, la stessa equazione doveva valere per il riavvio di Superman. Ma non Superman+Nolan=un sacco di soldi. Sempre la stessa: Batman+Nolan=un sacco di soldi. Ergo, la prima mossa era togliere Superman dall’equazione. E togliere a Superman la mutanda rossa, che non s’è mai visto un eroe serio con la mutanda rossa (almeno non in bella vista).

Non passi inosservato che il termine “Superman” non sia nel titolo e venga usato solo una volta nel film. L’Uomo d’Acciaio di Zack Snyder ricalca la struttura (indovinata) di Batman Begins, con l’eroe che deve trovare il suo posto nel mondo, fare i conti con il proprio retaggio familiare (anzi, Nembo Kid ne ha ben due), trovare un costume adatto e –nel tempo libero – tirare un paio di pugni al cattivo e rimorchiare Amy Adams (che non è ‘sto granchè, ma a Batman era andata anche peggio, con Joey di Dawson’s Creek). Il Superman fulgido esempio di ottimismo, tenacia, speranza e pettinatura sempre in ordine come Javier Zanetti è ancora work in progress. Intanto venite a sorbirvi i dolori del giovane Kal-El, e se portate abbastanza soldi, vi facciamo vedere anche Superman, ma la prossima volta (con un altro biglietto). Questo è un Superman sbiadito,  trasandato, senza mutanda e senza ottimismo, che per rispetto del marketing e per distinguerlo dal Superman che tutti conosciamo, chiameremo anche noi Uomodacciaio.

Dopo un lungo prologo ambientato su Krypton, la narrazione procede in maniera non lineare – bella scelta – tra i ricordi dell’infanzia dolorosa di Uomodacciaio  e il presente, ovvero il momento in cui Uomodacciaio deve forzare i tempi e rivelarsi al mondo quando un suo compatriota incavolato (il generale Zod)  ne esige la consegna, pena la distruzione della Terra. Oltre a Batman Begins, che ricorda per i toni, L’Uomo d’Acciaio mi ha ricordato anche il primissimo X-Men di Bryan Singer, per l’approccio da fantascienza “alta” più che da cinecomic. Il tentativo di svecchiare e rendere interessante Superman ha un prezzo molto alto: che il film non emoziona. Mai. E, ancor più grave, raramente diverte o cattura l’attenzione. I detrattori di J.J. Abrams prendano nota. Un film senza anima è un film destinato a scomparire.

L’uomo d’acciaio apre le porte a un universo cinematografico opposto nei toni a quello architettato dalla Marvel per i suoi Vendicatori di cartone. La scelta è quella del “film” e non del “movie”. E’ una scelta apprezzabile in teoria, che in pratica ha funzionato con Batman e già meno con questo primo, ibrido, Superman. Zack Snyder , evidentemente supervisionato da Christopher Nolan, che gli ha prestato David Goyer per la sceneggiatura, sostituisce i ralenti con le metafore cristologiche e  il film tutto sommato ci guadagna. Henry Cavill è un casting perfetto che più perfetto non si può, ed è anche bravo, ma non si può dire lo stesso – ad esempio – di Amy Adams, poco adatta, e di Russell Crowe ( o era Silvio Muccino?), sempre uguale a se stesso e un po’ troppo ingombrante, non solo per la panza. Molto più incisivo Kevin Kostner come Jonathan Kent, forse il miglior personaggio del film.

Non ricordo bene il Superman di Richard Donner, ma i paragoni sono comunque inutili. Altri tempi, sia per l’industria cinematografica che per il pubblico. “You’ll believe a man can fly”, recitavano i poster. Lo stupore era la parola d’ordine. Superman vola ed è sempre pettinato bene, ma è una metafora, a mio parere semplice e perfetta per il linguaggio cinematografico. Evidentemente, ogni tempo ha il Superman che si merita. Il nostro, non si chiama nemmeno Superman. L’Uomo d’Acciaio è un film costruito bene, frutto di un progetto serio e apprezzabile, ma che a tratti sembra l’episodio pilota di una serie, per il passo eccessivamente cadenzato e per la totale mancanza di cuore e calore. La ricerca di realismo e dignità cinematografica alla fine ha prodotto lo stesso effetto dell’approccio demenziale  dei Marvel Studios: che si esce dal cinema e non resta assolutamente nulla. In questo, si nota la mano di Nolan: un film molto cerebrale, che svuota la scelta dell’eroismo della parte spettacolare ed emozionante, dell’ispirazione, che pure è un tema portante. E’ lo stesso percorso di scelta consapevole che ha fatto Batman nella trilogia, ma annullare il dualismo con Superman penalizza oltremodo l’Uomo d’Acciaio come personaggio, oltre che lo spettatore del film.

 P.S. Quando Superman trova la Fortezza della Solitudine, una delle capsule contenente i deceduti coloni Kryptoniani è aperta. Chiaramente un modo per introdurre in seguito una SuperGirl. A vedere questo film, invece, il dubbio è che di Krypton sia anche Lois Lane, che la puoi lanciare da un aereo che esplode, colpire con un pugno di alieno incavolato, lanciarla nell’atmosfera terrestre in una capsula in fiamme, ferire a morte e operare senza anestesia e cinque minuti dopo non solo sta benissimo, ma è anche sempre in mezzo alle palle, petulante come una quindicenne. Ah, e beve scotch alla goccia, in modo che si capisca che se alla fine si rimorchia Uomodacciaio, è perché è una tosta. Quasi quanto il suo caporedattore con l’orecchino.

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