Star Trek – Into Darkness

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Il test della Kobayashi Maru è – nella mitologia di Star Trek – una simulazione tattica dell’Accademia della Federazione che mette il futuro capitano davanti ad uno scenario senza vie d’uscita. Qualunque sia la scelta che fa il cadetto, la sconfitta è inevitabile. L’unico ad aver superato il test (barando) è il capitano Kirk. L’aneddoto, ripreso brillantemente da J.J. Abrams per il suo primo film, risale al 1982, quando venne citato ne L’Ira di Khan , secondo lungometraggio dedicato a Star Trek e primo ad avere un buon ritorno al botteghino. J.J. Abrams ha deciso di trasformare la propria carriera in lungo test Kobayashi Maru , prima andando a sfidare le ire dei trekkers e ora prendendo in mano l’eredità di Lucas al timone di Star Wars (ancora più complicato). Il capitano Abrams, come Kirk, evidentemente non crede alle situazioni senza via d’uscita.

Into Darkness – non casualmente – riprende diversi elementi da L’Ira di Khan, non tanto per pigrizia (anche se evidentemente un po’ per ragioni di marketing ) quanto perchè la storia che Abrams ha scelto di raccontare è quella del rapporto tra Kirk e Spock e della loro maturazione. Ciò comporta che l’epico momento contenuto nel film del 1982 in cui il capitano Kirk si trova finalmente davanti ad un “no-win scenario”  debba presentarsi in maniera analoga anche in questa nuova linea temporale. Dopo i paradossi temporali del primo episodio, necessari a riavviare il franchise in maniera organica ai quarant’anni di continuity narrativa, anche in questo secondo episodio la storia del terrorista John Harrison (Benedict Cumberbatch, bravo come sempre) è un altro plot device, seppur ben articolato, per portare a compimento la maturazione dei due personaggi principali. Sebbene la storia sia compressa all’inverosimile (per i Klingon dovremo attendere ancora…) per privilegiare lo spettacolo e in alcuni tratti le forzature siano evidenti, l’abilità di Abrams nel creare personaggi e situazioni credibili è eccezionale, anche grazie all’efficacia di attori come Simon Pegg (Scotty) e Bruce Greenwood (Pike).

All’inizio del film, Kirk e Spock sono due facce della stessa medaglia, complementari ma ancora immaturi, entrambi limitati allo stesso modo, uno dall’impulsività, l’altro dalla logica. Alla fine, un commento musicale “storico” suggerisce che l’equipaggio è finalmente, per maturità e rapporti interpersonali, quello della missione quinquennale della serie TV. Io ci ho visto un possibile commiato di Abrams dal franchise, con l’Enterprise diretta dove nessun uomo ha mai osato prima e lui verso una Galassia lontana lontana. Se così fosse, avrebbe compiuto un’opera di restauro semplicemente eccezionale (e speriamo si ripeta).

Chi critica questo Star Trek, a parte la nostalgia, forse ne identifica lo spirito con un pigiama di flanella a tinte pastello e un William Shatner a torso nudo. Per me, Star Trek è sempre stato un inno alla collaborazione pacifica, all’illuminismo e al progresso, al prevalere del buon senso e della ragione sulla violenza. J.J. Abrams ha riaffermato con forza questi principi, aggiungendo un tocco di sano sense of wonder Spielberghiano (vedere prologo rip-off de I predatori dell’Arca Perduta…) ,  il proprio consueto messaggio d’amore allo spettacolo del cinema e qualche inevitabile nerdata. Onestamente, non si può chiedere di più.

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