La Grande Bellezza

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Non è un film semplice da vedere, né tantomento da digerire, La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Non è semplice da vedere perché è lungo ma sembra anche più lungo e perché  inciampa spesso in certi vezzi di regia non sempre funzionali al film, richiamando alla mente  il vecchio adagio coniato per Moretti: “Paolo spostati, e facci vedere il film”.

La contrapposizione tra l’eternità di Roma e la pochezza dei ricchi festaioli seriali che la abitano (non a caso nessun romano, tutti che parlano male di Roma ma poi non se ne vanno mai) è la chiave del film. Un rischio enorme che si prende Sorrentino: Jep Gambardella, non a caso interpretato ancora da Toni Servillo, è l’ennesima iterazione dell’ Homo Sorrentinianus. Negli altri film questi però spiccava perché isolato da una eccezionalità che ne era allo stesso tempo maledizione e grandezza. Jep Gambardella è invece un primus inter pares di personaggi odiosi e vuoti (non vorrei parlare di persone: sono tutte macchiette e caricature di persone esistenti, e molte, come il cardinale, anche banalotte), condannato a un’esistenza che alterna ironia e distacco all’ansia di non aver utilizzato il proprio talento a pieno e la consapevolezza di vivere una vita senza senso. E se per la ex soubrette in disfacimento psicofisico (una Serena Grandi tristemente in parte) la party life sembra essere l’unico crepuscolo possibile, per Gambardella è solo la peggiore risoluzione di una vita destinata (?) ad altro.

L’odiosità tipica del protagonista sorrentiniano stavolta si allarga all’intero cast, tranne per i personaggi della Ferilli e di Verdone, non a caso, i due unici romani, mentre Jep rivela una lucidità che lo rende contemporaneamente il migliore e il peggiore tra tutti, perché unico, sembra,ad abbracciare consapevolmente uno stile di vita deprecabile e insulso.

Accanto a sequenze irreali e bellissime, ad esempio il funerale o la scena dal chirurgo, qualcosa non funziona. Il ritratto che Sorrentino fa di un ambiente che conosce molto bene non è spietato a sufficienza e presta quindi il fianco a interpretazioni buoniste, soprattutto quando ferma tutto per mostrare la sofferenza dei ricchi, quasi a giustificarne ipocrisie ed eccessi. Non si arriva certo agli eccessi di Sophia Coppola che ci chiedeva, in Somewhere, di compatire povere superstar annoiate,  ma La Grande Bellezza resta un semplice ritratto, olio su una tela sottilissima. Tutto l’impianto scenico che Sorrentino non può fare a meno di costruire intorno al suo teatrino umano toglie forza all’affondo, e quando la ricerca formale investe anche le (poche) scene che dovrebbero offrire lo spunto per il contrasto tra la società delle terrazze e la gente comune, rendendo anche queste delle vuote macchiette (vedi la scena al bar o quella con il marito della ex), ecco che qualche crepa emerge, e con essa qualche dubbio sulle intenzioni di Sorrentino o almeno sulla sua capacità di liberarsi di se stesso per un istante e centrare il film, oltre che l’inquadratura. Infine, tutto il terzo atto mi è parso completamente ridondante, per non parlare di certe apparizioni estemporanee (su tutte quella di Antonello Venditti) e della gratuità di certe scene di nudo, che se non fosse Sorrentino chissà che se ne direbbe.

Si può obiettare che non sia compito di Sorrentino dare un giudizio, ma le cose sono due: o l’artista, tramite la propria opera, offre al pubblico una visione critica del mondo che lo circonda o lavora per se stesso, attraverso uno studio formale del mezzo prescelto. Se si tratta del secondo caso, La Grande Bellezza è un manuale di cinematografia, e certamente a Sorrentino va dato atto di aver restituito Roma al cinema (altro che Woody Allen con le sue cartoline…). Nel primo caso, invece, siamo sicuri che una visione  per lo più apologetica di un mondo autoconsistente e vacuo sia quello che ci aspettiamo da un artista del calibro di Sorrentino? Cosa ci resta, usciti dal cinema, oltre alla bravura di Servillo, al culo di marmo della Ferilli (a proposito, s’era mai visto al cinema?) e a Verdone che finalmente ha l’occasione di recitare un ruolo drammatico?

A guardare La Grande Bellezza, non mi è chiaro quale delle due strade abbia intrapreso il regista napoletano, o, peggio, se non sia rimasto a metà tra le due, Gambardellizzato a sua volta nel timore di non essere invitato alla prossima festa. E’ il rischio che si corre a tentare di dare spessore e forma al Nulla, l’equilibrio è quasi impossibile da trovare e solo per provarci ci vuole senza dubbio coraggio. Che il film funzioni – almeno a tratti – su questi presupposti, è merito del talento di Sorrentino; che queste siano le scommesse che debba fare un autore, non sono affatto convinto.

P.S. come mi ha ricordato Valentina di Eyes Wide Ciak, a cui il film è piaciuto molto più che a me,  Jep camminando di notte per Roma incontra la Ardant in abito lungo. A Sorrenti’, ma dove? Posso capire alle feste e ai ristoranti, ma io di notte in giro per Roma al massimo ho incontrato Lello Arena ubriaco

 

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