Iron Man 3

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Alzi la mano chi non ha almeno un parente che al primo lontanissimo rumore di fuochi d’artificio si precipita in terrazzo anche se è gennaio urlando: “I fuochi, i fuochi, presto!”, con un entusiasmo infantile del tutto ingiustificato, come se fosse la prima volta in vita sua che li vede o come se avesse appena avvistato gli UFO che stabiliscono il primo contatto. Se non avete un parente del genere, con tutta probabilità, quel parente, nella vostra famiglia, siete voi. Che c’entra Iron Man 3 con i fuochi d’artificio e le tare familiari? C’entra. Ci torno.

Sono in ritardo, lo so. Ma sono andato fino a New York, per vederlo, in IMAX e 3D e in inglese. Così da non poter dire, uscito da una qualunque sala romana: beh però magari, in IMAX, beh, magari senza ‘sto doppiaggio burino. Partiamo dal titolo: potrebbe essere fuorviante per lo spettatore generalista, e non includo nella categoria chi ha a che fare con lettori di fumetti né il tipo quarantenne al cinema di NY con maglia di Capitan America, bracciale di Iron Man e cappello degli Avengers, in compagnia del figlio teenager, molto più sobrio, in evidente imbarazzo, ma divago, dunque: potrebbe fuorviare lo spettatore casuale il numero accanto al titolo. Solitamente un numero N indica che ci potrebbe essere una certa concatenazione logica con gli eventi del film targato con il numero N-1, oppure serve a ricordare quanti altri film con lo stesso titolo/argomento sono già usciti e magari sarebbe il caso di vedere prima. Invece no: Iron Man 3 è il sequel di Avengers (che era il sequel di Capitan America e di Thor ) anche se nessun altro Avenger appare nel film (evidentemente un terrorista internazionale non rientra nei compiti di Capitan America…mah): Iron Man 2 c’entra poco e niente. E per fortuna, aggiungo io.

Il “3” nel titolo fa in realtà riferimento al totale dei minuti – su centoventi – in cui Tony Stark indossa l’armatura di Iron Man. Potrebbe sembrare assurdo, ma non lo è, perché l’alter ego di Tony Stark non è Iron Man, ma Robert Downey Jr., e la maschera integrale e inespressiva dell’armatura di Iron Man è un problema da risolvere, in un modo o nell’altro, per non togliere spazio all’one man show dell’attore che sta trainando il business della Marvel oltre ogni auspicabile profitto. In un non lontano futuro, noi lettori di fumetti Marvel ricorderemo la performance di RDJr in Iron Man come l’Inizio della Fine. Bisogna riconoscere che gli sceneggiatori stavolta ce l’hanno messe davvero tutte. Messe, non messa: e prima è difettosa, e poi è scarica, e poi è telecomandata e poi la lasciamo a casa non si sa bene perché, insomma: il totale del tempo passato da altri personaggi (e si sfiora il ridicolo) in questa o quella versione dell’armatura è di gran lunga superiore a quello che ci passa Robert Downey Jr. Nel complesso, a parte qualche minchiata eccessiva, ci si diverte, e visto che più di questo non si può chiedere, è difficile infierire, anzi, ho visto di peggio.

In aereo ho rivisto il primo Iron Man (col dito sul fast forward del touch screen) e confermo la mia impressione all’uscita del cinema: Iron Man 3 è ai livelli del buon primo capitolo, con uno sbilanciamento forse eccessivo sulla parte comica, ma un ritorno all’azione ed ad un ritmo completamente assenti nel secondo, inguardabile, film. L’atavico problema dell’assenza di nemesi interessanti è confermata: sia il Mandarino (sir Ben Kingsley) sia Aldrich Killian (Guy Pierce) sono poca roba e nonostante il prevedibile colpo di scena centrale (anche qui, comico oltremodo) tutto il peso del film grava sulle spalle larghe dell’alter ego di Tony Stark, Iron Downey Jr. In questo caso, è un bene, essendo forse l’unica scelta azzeccata di casting dai tempi di Hugh Jackman per Wolverine.

Iron Man 3 è il capitolo 1 della Fase 2 dell’Universo Marvel Cinematografico. Sembra complicato, ma non lo è: perché non c’entra il cinema, non c’entrano i fumetti, non c’entra la fantascienza, non c’entra nemmeno Iron Downey Jr.: questi film sono come i fuochi d’artificio (visto che ci sono tornato?), che fanno tanto rumore e tanta luce, ma senza coerenza e senza uno scopo preciso, ci affascinano e ci stupiscono, ma senza un motivo vero. E come per i fuochi d’artificio, stiamo lì, impalati, tutte le volte, come dei bambini un po’ cretini col naso per aria. Poi, alla fine, si fa buio di nuovo, ci leviamo quel sorriso ebete dalla faccia e ci chiediamo, sotto sotto, tornando a casa, che cazzo ci andiamo a fare tutte le volte.   

 

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