Anna Karenina

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Anna Karenina, di Lev  Tolstoy, per gli amici Leone, è stato pubblicato tra il 1873 ed il 1877 (leggo da Wikipedia). Anna Karenina di Joe Wright è l’ultimo adattamento (sempre Wikipedia ne conta DODICI) del romanzo, starring Keira Scucchia Knightley nella sua ennesima, pessima prova. Provo a mettermi nei panni del povero Lev, o come dicevan tutti Leone: scrivi un romanzo seminale, che racchiude un’analisi della società russa, un’intensa storia d’amore travagliato, chissà quanti anni ci metti e poi te lo vedi banalizzato e ridicolizzato dal catalogo di smorfiette incontrollate di Scucchia Knightley, che ormai pensa di meritare di diritto ogni ruolo in costume (fortunatamente mai quello da bagno).

La mia incondizionata stima per la Knightley risale ai tempi di The Duchess, e un film come Anna Karenina solitamente l’avrei evitato, anzi: non l’avrei neanche notato. Qualche tempo fa, però, ho letto su Empire che Joe Wright, a corto di fondi, ha avuto l’intuizione di utilizzare un vecchio teatro in disuso come location principale per il film, ambientando tutta la recita sociale che lentamente stritola Anna Karenina in un vero teatro. E a me queste cose metafilmiche piacciono un sacco. Troppo. Tutte le scene di vita pubblica, quindi, sono magistralmente incastrate tra il palco, la platea i palchi e le quinte, e nei primi venti minuti di film più volte Wright utilizza lunghi piani sequenza per cambiare l’aspetto del teatro in tempo reale, senza nascondere i trucchi impiegati, o utilizzando un campo più stretto o più largo per dare l’impressione di un’ambientazione all’aperto. Così in teatro arrivano treni e passano cavalli, oppure sono dati balli e ricevimenti, mentre le scene di vita privata sono ambientate altrove.

Se solo il film fosse stato completamente impostato in questa direzione, ci troveremmo davanti a un nuovo Dogville, o comunque ad un interessante esperimento. Il guaio è che in tutta la seconda parte del film Anna vive praticamente reclusa dal mondo, quindi l’espediente del teatro lascia velocemente il posto alle smorfiette insopportabili della Knightley, peggiorate (oddio, non lo so in realtà: diciamo aggravate) da un doppiaggio insostenibile. Jude Law e Aaron Taylor-Johnson sono invece molto misurati e – come sempre – efficaci. La cosa non fa che peggiorare l’effetto Knightley: l’irrefrenabile impulso a scagliarsi violentemente contro uno spigolo (uno zigomo o il mento dell’attrice, ad esempio) per cercare un sollievo dal dolore. Sospetto che se il vecchio Leone fosse vissuto per vedere la scucchia della Knightley recitare, l’avrebbe considerata seriamente come alternativa al treno per il finale del libro.  

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