Viva la libertà

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Ho visto Viva La Libertà sabato scorso: il giorno dopo aver visto, non senza un po’ di stupore,  il bagno di folla di Grillo a piazza San Giovanni e il giorno prima di andare a votare. Quindi prima di sapere cosa sarebbe successo. E’ difficile ora recensire il film senza pensare al povero Bersani, ridotto al fantasma di se stesso (che già non era sto granché) , aggrappato alla montatura degli occhiali, con lo sguardo perso nel vuoto mentre cerca di giustificare il risultato delle elezioni.

Nel film ,Toni Servillo è Enrico Oliveri il segretario del “principale partito di opposizione”, in crisi di consensi e di identità, divorato dalle correnti interne (il vecchio stratega baffuto e il giovane impertinente…) e affossato dallo scarso carisma del leader. Quando Oliveri decide di sparire nel nulla, il suo portavoce (Valerio Mastandrea) ha la brillante idea di sostituirlo temporaneamente con un fratello gemello (Servillo, ovviamente), importante filosofo appena uscito dal manicomio, che nessuno conosce. Mentre Enrico cerca rifugio in Francia da una vecchia amante mai dimenticata, il suo fratello “pazzo” inizia a riscuotere un imprevedibile successo…

Il gioco del “doppio” è un classico abusato, ma Servillo è immenso nel presentare, dalla stessa maschera, due sfumature diverse, due personaggi opposti, dando libero sfogo al suo talento, che però risulta meno ingombrante del solito e più funzionale al film. Niente “servillate” insomma. Il topos del sostituto migliore dell’originale è vecchio quanto (almeno) Il Grande Dittatore di Chaplin, e in letteratura Dumas ci aveva pensato con la Maschera di Ferro. Roberto Andò  adatta il suo libro e utilizza una vecchia idea per identificare uno dei mali del PD: lo scarso carisma dei leader. Enrico Oliveri è un ibrido del peggio di Bersani e Veltroni (almeno per me), ma il punto – forse – non è tanto nell’evidenza di ciò che a Oliveri (Bersani o Veltroni che sia) manca, ma cosa accade quando il fratello Giovanni prende il suo posto. Nessuno si accorge dello scambio, eppure un nuovo linguaggio politico riavvicina la gente al partito e il consenso sale alle stelle. Il nuovo linguaggio del filosofo pazzo è alto, colto, colmo di ideali e inviti alla passione, oltre a un rifiuto netto per gli equilibrismi lessicali della politica italiana. La gente si riavvicina allo stesso leader che aveva abbandonato, si fa ispirare dalla stessa persona da cui era stata delusa, non dall’incantatore di turno. Ci ho visto qualcosa, ma forse era solo il momento.

In meno di ventiquattro ore, ho visto due comizi politici, uno in tv, vero, e uno al cinema, falso. In uno, un comico alla testa di un movimento nato dal popolo che porta in piazza un milione di persone e li convince a votare contro il sistema partiti. Nell’altro, il segretario di partito che ispira le persone ad essere la risposta che si aspettano, ad essere appassionati, che cita Brecht e non usa mezzi termini per prendersi le sue responsabilità. Che quello del comico fosse quello vero, ahinoi, la dice lunga sui mali che ci affliggono.

Purtroppo per Andò, la sua idea risulta, alla luce di quello che è davvero successo, meno d’effetto di quello che avrebbe potuto essere, ma se ci si limita a giudicare il film, è perfetta.

Il finale, poi, è un tocco di classe, ma non vi fate troppe domande.

 

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