Flight

Flight

Sto seriamente perdendo colpi. Sono andato al cinema convinto che Flight fosse tratto da una storia vera. Non lo faccio quasi mai, ma vale la pena spendere due parole sulla trama: il comandante Whitaker (Denzel Washington, per una volta bravo e intenso) compie un miracoloso atterraggio di fortuna dopo un grave guasto tecnico salvando la vita a quasi tutti i passeggeri. Inizialmente salutato come un eroe, deve affrontare una possibile accusa di omicidio (ci sono comunque sei vittime) quando le analisi rivelano che al momento dell’incidente era imbottito di alcol e cocaina. Il percorso verso l’udienza è un momento cruciale per affrontare definitivamente i suoi problemi di dipendenza.

Fosse stata una storia vera, sarebbe stata pazzesca e degna di nota: pilota salva aereo da catastrofe ma viene accusato di guida in stato di ebbrezza. Classica storia da cinema. Non essendo una storia vera mi chiedo: cosa spinge uno dell’esperienza di Robert Zemeckis (sempre sia lodato) a rischiare con un film che prevede la scena di maggior impatto visivo ed emotivo nel primo quarto d’ora e poi è solo dialoghi, spazi aperti e cavilli legali? Cosa c’è veramente dietro Flight, oltre alla spettacolare sequenza dell’atterraggio di fortuna e all’interpretazione di Denzel Washington? L’ultimo film live action di Zemeckis  è stato Cast Away, quando Tom Hanks ancora aveva dei lineamenti umani e una carriera: sono passati dodici anni e tre discutibili (tecnicamente) film in motion-capture, nati già obsoleti dopo il lavoro fatto da Peter Jackson con Gollum. Flight nasconde sotto una superficie impeccabile e di sicuro ritorno commerciale (il cast, la scena dell’aereo, la musica soul) una riflessione amara sulla natura umana – riprendendo temi già parzialmente esplorati da Zemeckis in Cast Away e Le Verità Nascoste.

Il primo tema è quello della solitudine dell’individuo e delle dipendenze che essa ingenera: la dipendenza da alcol e droga è ritenuta socialmente riprovevole e messa al centro del film con Whitaker e Nicole – ma se fosse uno spot contro la guida in stato di ebbrezza Flight sarebbe poca cosa. L’ìncidente aereo esaspera le dinamiche dei rapporti umani, svelando come non meno deleterie siano la dipendenza dalla religione (che non prevede il perdono se non accompagnato punizione e toglie all’individuo i meriti ma non le colpe), dal successo economico e professionale, come allo stesso modo queste impediscano di creare realmente una connessione tra le persone. La rete di egoismi e presunzioni crolla addosso agli anelli più deboli della catena, mentre tutti gli altri si aggrappano alle proprie certezze sperando di uscire indenni da una situazione difficile. L’altro tema -forse meno importante – è quello della responsabilità legata al ruolo che si ha. Un pilota ha nelle proprie mani la vita dei suoi passeggeri e non deve permettersi comportamenti superficiali o pericolosi, nella speranza che nessuno se ne accorga, indipendentemente dalle sua capacità di cavarsela. Il ruolo della “guida” viene severamente giudicato in Flight e rapportato ai tempi che viviamo tramite la semplice metafora del pilota dell’aereo. 

Il cast è di prim’ordine. Denzel Washington deve abbandonare la sua irritante macchietta del figo navigato che le ha viste tutte dopo cinque minuti, e dà vita ad un personaggio complesso e sfaccettato. Di Kelly Reilly, cosa dire. Dai tempi de L’appartamento Spagnolo penso sia una delle attrici più belle in circolazione, oltre ad essere anche brava. Purtroppo, essendo inglese, tra pochi anni inizierà un decadimento esponenziale e diventerà identica a Angela Lansbury e Paul McCartney (se le dice bene), oppure a Robert Smith (se le dice molto male, vedi foto). Il suo personaggio è presentato in maniera importante, ma forse non si risolve a dovere nell’economia della storia – certamente serve a dare un esempio di percorso di redenzione più o meno positivo. Comunque, è un tale piacere vederla (anche abbastanza svestita) che non sto qui a cavillare.

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Left to right: Kelly Reilly 2043 (good), Kelly Reilly 2013, Kelly Reilly 2043 (very bad)

 Don Cheadle e John Goodman (drughizzato per l’occasione) completano l’ensemble: Flight è un pezzo di ottimo cinema americano, che sempre più raramente riesce a coniugare forma e sostanza (mi viene in mente solo Jason Reitman, al momento). Se Robert Zemeckis la finisce di pensare al mo-cap e torna all’essenziale, siamo a posto. Su Wikipedia leggo intanto che il suo prossimo film è il sequel di Roger Rabbit. Siamo a posto (?).

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