Frankenweenie

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Tim Burton e John Lasseter condividono una parte singolare del loro cammino artistico: entrambi sono stati licenziati in tronco dalla Disney negli anni ottanta per le loro idee innovative e poco allineate. Mentre la Disney tentava di uscire dall’empasse degli anni ottanta (per la cronaca: ci sono riusciti  nel 1989, con La Sirenetta), le voci fuori dal coro venivano epurate. Oggi Lasseter, le cui idee malsane sono diventate la Pixar, è Chief Creative Officer. A Tim Burton sono affidati progetti importanti: il sequel di Alice, e il prossimo Maleficent, prequel live action con Angelina Jolie sulla strega de La Bella Addormentata. A parte la qualità dei remake di Tim Burton, la cosa singolare è che il licenziamento di Burton fu dovuto ad un corto (live-action) prodotto nel 1984 su un bambino (Barret Oliver, quello de La Storia Infinita) che rianimava il suo cane deceduto, una rivisitazione sui generis di Frankenstein intitolata Frankenweenie, che gli studios ritennero non appropriata.  A trent’anni di distanza, Frankenweenie è  il nuovo lungometraggio, stavolta animato in stop-motion e in 3D, che Tim Burton dirige per la Disney. I casi della vita.

Tim Burton e l’animazione sono sinonimo di qualità quasi quanto il recente Burton ed il live-action sono garanzia di film poco riuscito: Frankenweenie non fa eccezione.

L’idea iniziale è quella del corto live-action: una sorta di remake di Frankenstein. Perché la trama sostenga la durata di un lungometraggio, la sceneggiatura è stata però arricchita di personaggi e situazioni, oltre a un gran finale a base di mostri giganti e citazioni dai classici dell’horror (l’uso del bianco e nero è la più evidente). Se i primi venti minuti riprendono quasi scena per scena il corto e le sue gag, la seconda parte è completamente originale e nonostante sia palesemente derivativa, il taglia e cuci funziona meglio delle cuciture fatte sul povero Sparky, che perde in continuazione pezzi per strada.

Il character design, tipicamente burtoniano (Victor è praticamente la versione giovane del suo omonimo protagonista de La Sposa Cadavere ) è il punto di forza del film. I nuovi personaggi ideati per la versione animata sono eccezionali: Toshiaki, Edgar e Nassor sono espliciti omaggi ai classici dell’horror e funzionano benissimo come gruppo di piccoli scienziati matti futuri psicopatici tipici della provincia americana, resa come sempre in maniera ugualmente inquietante e amabile da Burton (la cittadina di New Holland sembra quella di Edward Mani Di Forbice). La bambina con il gatto, poi, è un tocco di puro genio burtoniano, di quelli che negli anni ottanta lo avrebbero fatto, se non licenziare, declassare a scrittore di titoli di coda. Ultima menzione per il professor Rzykruski (Martin Landau nell’originale), intuizione fantastica che sostituisce l’anonimo insegnante del corto e a cui sono riservate le battute migliori del film. A tal proposito, ottimo il lavoro sul doppiaggio (una volta tanto). Invece di sbracare e utilizzare nomi noti, si è puntato, come si dovrebbe, sulla caratterizzazione dei personaggi.

Infine, Sparky: il fulcro del film è l’equilibrio tra la sua simpatia (in animazione il bull terrier è certamente più carino che dal vivo e la gamma espressiva ovviamente diventa molto più vasta) e l’idea – che passa più facilmente se non si pensa ad un vero bambino che smembra e ricompone un vero cane – di quello che in effetti gli capita. La scommessa funziona, Sparky è adorabile e i bambini non si porranno alcun problema etico nè resteranno traumatizzati (e sinceramente, a sentire i commenti dei bambini in sala, oggi ci vuole ben altro).

Erano anni che sognavo un film d’animazione mainstream in bianco e nero: Frankenweenie realizza questa mia fantasia e conferma che l’animazione è un mezzo espressivo potentissimo, anche quando si devono rispettare certi vincoli commerciali. Alla base delle incomprensioni sulla prima versione di Frankenweenie c’è sicuramente il fatto che l’atmosfera dell’animazione di Burton si perde completamente in un semplice live action (Edward Mani di Forbice resta un’eccezione), e con essa tutta l’ironia ed il fascino di una storia come questa. Consiglio, comunque, la visione di entrambe le versioni (qui sotto l’originale).

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