Django Unchained

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Lo stordimento è la sensazione che si prova alla fine dei film di Quentin Tarantino. E ultimamente la cosa si sta facendo più evidente: da Kill Bill in poi, lo stile  si è fatto più magniloquente, il realismo è sempre meno una variabile da prendere in considerazione,  la regia è più spericolata, le coreografie dei combattimenti più articolate e un senso di grandeur cinematografica ha preso definitivamente il posto del registro pulp de Le Iene e Pulp Fiction. L’evoluzione è stata costante, e ha portato a Django Unchained.

C’è chi ha detto che Tarantino ha sempre girato solo western. Il festival di citazioni spaghetti western in Django è un gioco al quale su internet hanno già giocato in tanti, ma in realtà è anche un esercizio fuorviante: a parte il prestito di qualche tema musicale (e del nome del protagonista), Django ha ben poco sia del western classico sia dello spaghetti western – Kill Bill vol.2 in tal senso era molto più simile ad un film di Sergio Leone. Il ritmo di Django Unchained,  lo stile dei combattimenti e la regia virtuosa di Tarantino non fanno mai pensare ai tempi dilatati o agli scenari in cui si muoveva, per esempio, Clint Eastwood ed anche la violenza da cartoon delle sparatorie non ha affatto lo stesso effetto di quella dei western anni settanta.

Tarantino sta crescendo anche come narratore, qualunque cosa ne dicano i suoi detrattori: non è vero che è si è isolato in un citazionismo di maniera degli anni settanta. Django, più di Inglorious Basterds, mostra spietatamente le nefandezze dell’anima umana: il personaggio di Calvin Candie, magistralmente interpretato da Leonardo Di Caprio, racchiude tanti dei difetti dell’America: presunzione, ostentazione, razzismo, cultura dozzinale e fine a se stessa, etica discutibile, individualismo. Un personaggio meraviglioso, odioso ma non antipatico, nato da una grande sceneggiatura e un’interpretazione perfetta. C’è tutta l’America di ieri, ma anche qualcosa di quella di oggi: il ritratto di Tarantino è efficace, pungente, spietato. La violenza di plastica delle sparatorie non è nulla in confronto a quella con la quale QT sbatte in faccia ai suoi connazionali tutti i difetti dell’America.

Non esorprende che gli americani preferiscano premiare Lincoln (non l’ho visto ma mi annoia solo l’idea), l’americano di cui si può andare fieri, quello che fa stringere i cuori e vincere gli Oscar.

Christoph Waltz nei panni del dottor King Schulz, che affranca Django dalla schiavitù, lo istruisce e lo aiuta nel suo piano, replica la prova eccellente di Bastardi Senza Gloria, ma stavolta il suo personaggio è dalla parte degli eroi, pur conservando tutti i migliori tratti del personaggio di Landa (logorrea e presunzione). L’accoppiata Schulz/Django (Jamie Foxx, bravo, ma messo in ombra dalla coppia Di Caprio/Waltz e forse un po’ sacrificato dalla sceneggiatura) si contrappone perfettamente a quella composta da Calvin Candie e Stephen (Samuel L. Jackson), il “negro di casa”, inquietante capo degli schiavi di casa Candie. il quadrilatero composto da questi personaggi dà vita al passaggio più intenso del film, ovvero la cena a casa Candie. In questa sequenza Tarantino mette in campo tutta l’artiglieria: Morricone (con Elisa, in un pezzo originale struggente) alla colonna sonora, dialoghi serrati, una tensione crescente, un climax inatteso, tutta la bravura degli attori (Di Caprio si è ferito realmente alla mano ma ha continuato a recitare e la scena è stata tenuta e incorporata nel montaggio finale). Si esce con i nervi a pezzi da una sequenza in cui sono tutti seduti a cena.

Rispetto al resto della filmografia tarantiniana, l’unica vera peculiarità di Django è la linearità della trama: non più uso dei flashback (giusto qualcuno) o montaggio forsennatamente non lineare, nessuna divisione in capitoli. L’avventura di Django è un crescendo che non conosce passi indietro e pause di riflessione. Persino l’introspezione sui personaggi viene in qualche modo sacrificata e forse Django è il protagonista tarantiniano meno delineato psicologicamente (anche se tutto il contesto in cui si trova lo rende comunque estremamente particolare ed indimenticabile). Come per Inglorious Basterds, la sensazione è che Django avrebbe reso meglio come miniserie –e d’altra parte la professione dei cacciatori di taglie ben si presterebbe a una narrazione episodica. Le due ore di film sembrano non bastare e comprimono troppo una storia, quella dell’amicizia tra Schulz e Django, di cui si vorrebbe sapere di più. Inoltre, è evidente qualche taglio pesante di montaggio (per ben due volte il misterioso personaggio di Zoe Bell viene inquadrato a lungo, ma non ha poi neanche una battuta o una scena importante), che lascia sperare in una extended edition in home video che renda maggior giustizia al genio di Tarantino. Raramente capita di pensare che un film sarebbe migliore con qualche minuto in più. Nonostante ciò, nel finale si denota un certo calo di ritmo: la scena madre a casa di Calvin Candie è seguita da un’altra mezz’ora ed un’ultimo confronto tra Django e i nemici rimasti che non regge il confronto con la precedente (oltre ad essere un po’ troppo simile a quella di Kill Bill vol.1).

Django Unchained , anzi Quentin Tarantino, ci riappacifica con il cinema. Non che avessimo litigato, s’intende, ma ultimamente troppe incomprensioni, troppe delusioni. E poi, quando incontri il film giusto, ti rendi conto del tempo che hai perso a cercare di farti piacere film che andavano bene solo per alcuni aspetti, o solo per un’occasione particolare. Che quando li rivedi la seconda volta ti chiedi: ma come ho fatto l’altra volta a pensare che mi piacesse? E perchè nessuno mi ha fermato?

Aho, poi se vi interessa la storia ufficiale, andate a vedere Lincoln. Se poi vi interessa la storia vera, magari leggetevi un libro. Ma non rompete le scatole e lasciateci sognare di essere Django e di abolire la schiavitù con la dinamite.

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