La Bottega dei Suicidi

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Salito agli onori delle cronache per il solito pasticcio italico sul visto censura (prima VM18, poi revocato), La Bottega dei Suicidi di Patrice Leconte mostra ancora come l’animazione sia un genere di tutto rispetto ovunque al di fuori dell’Italia, dove appunto viene considerato un genere ad uso e consumo di un pubblico infantile, al punto da creare notevole imbarazzo se poi il film affronta in maniera grottesca ed esplicita un tema come il suicidio.  Potrei sprecare la recensione a lamentarmi dell’onnipresente Pino Insegno, se non fosse che sono ancora troppo contento di aver potuto vedere un titolo come questo al cinema (certo, non si trova facilmente nel multisala dietro casa). Prodotti ben più facili da posizionare non hanno avuto la stessa fortuna.

L’equivoco sul visto censura è dovuto al fatto che il film racconta di un negozietto, a gestione familiare, che vende kit per il suicidio in una città dove togliersi la vita è divenuto un modo comune per risolvere i propri problemi. Tutti sono tristi, delusi, depressi e insoddisfatti. La piccola bottega dei suicidi vende corda al metro (diversi tipi), veleni, spade per seppuku e così via: ognuno può scegliere come andarsene, rimborso garantito in caso di insuccesso. Gli affari vanno a gonfie vele, ma l’imprevisto si manifesta nella forma del terzogenito della famiglia Tuvache, Alain, che nasce….felice, di una felicità contagiosa e quasi fastidiosa, che rischia di compromettere il business di famiglia.  

La scelta di fare un musical di questa black comedy accentua il carattere grottesco dell’operazione, anche se a conti fatti la risoluzione della storia vira appena può in acque tranquille, verso un finale scontato (e diverso da quello del libro omonimo di Jean Teulè da cui è tratto).  La prima mezz’ora, però, è puro divertimento e inventiva: la tecnica di animazione combina sapientemente elementi digitali a disegni  a mano volutamente bidimensionali, con un character design degno di Charles Addams e consente di affrontare il tema con una leggerezza impossibile da ottenere con un live action. L’obiettivo non è mai quello di istigare al suicidio o sminuire l’importanza della vita, tutt’altro: la lente deformante dell’animazione – ed una tecnica quanto meno realistica possibile – allontana la drammaticità del suicidio per rivelarne anzi gli aspetti deteriori – il suicidio non viene mai presentato come una scelta coraggiosa o intelligente, ma sempre come una sconfitta (emblematica è la scena della consegna a domicilio, che manda in crisi il signor Tuvache). E’ satira allo stato puro, che si trasforma in un ecumenico (banale?) inno alla gioia di vivere grazie alla musica e all’allegria dell’animazione.

Mancano un po’ di coraggio e di struttura  per parlare di film completamente riuscito, ma per essere soddisfatti, alla fine, potrebbe bastarvi una crepe alla nutella…non posso svelare il perché, causa spoiler, ma vi assicuro che è così.  

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