Moonrise Kingdom

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Come banalizzare un film di Wes Anderson: aggiungendo un prosaico sottotitolo (Moonrise Kingdom – fuga d’amore) , oppure rispondere alla domanda “di che parla il film?” raccontandone la trama. Cosa che quindi eviterò di fare.  

Il fatto che Wes Anderson si vesta come un personaggio dei suoi film fa pensare che ci sia dell’onestà in quello che ci racconta: che forse quel mondo così palesemente finto in fondo non sia altro che una proiezione del nostro. Sembrano film innocui e simpatici, elegantemente vintage, ma dietro l’imponente lavoro dell’Art Department, c’è una pungente satira sociale venata di pessimismo.  

Al gioco stavolta si prestano, oltre ai veterani Bill Murray e Jason Schwartzmann (oltre a  Roman Coppola alla scrittura), Edward Norton, Bruce Willis, Frances McDormand e Tilda Swinton, più Harvey Keitel in un incisivo cameo. Immagino che – quando Anderson prepara una nuova sceneggiatura – ci sia una corsa per accaparrarsi il personaggio secondario più riuscito e chi resta con la pagliuzza corta si deve accontentare dei ruoli da protagonista. In Moonrise Kingdom più che in altri film i due protagonisti sono dei veri e propri plot device che consentono lo svelamento della meschinità del mondo degli adulti (e quindi degli spettatori), incapaci sia di comprendere il disagio degli adolescenti sia di offrire loro dei modelli coerenti di comportamento, ingrigiti nella meschinità, sviliti da una vita di lavoro ripetitivo e insoddisfacente, identificati con i loro ruoli (al punto che l’assistente sociale (Tilda Swinton) viene chiamata e si presenta come “Servizi Sociali”). Così mentre i due fuggiaschi si raccontano storie fantasy e si promettono avventure prima di addormentarsi, i genitori di lei si danno la buonanotte (da letti separati) passando in rassegna i casi legali a cui stanno lavorando. L’inversione è evidente: gli adulti sono tutti immaturi e meschini, mentre i sentimenti degli adolescenti sono trattati in maniera estremamente seria e delicata. La fuga romantica dei due bambini non viene mai sminuita e anzi, funziona perfettamente nel dare un cuore al film. 

 Wes Anderson torna su un tema che gli sta molto a cuore: l’urgenza di superare le diffidenze e le idiosincrasie che ci dividono, per poter almeno sperare di raggiungere e condividere la felicità. Il primo nucleo sociale in cui ricercare tale coesione è la famiglia, che invece spesso è la prima causa dell’infelicità delle persone,  per questo il tema ricorre da I Tenenbaum a Fantastic Mr Fox, da Darjeeling Limited a questo Moonrise Kingdom. La piccola isola (fittizia) del New England che fa da teatro alla vicenda in fondo è una grande famiglia di pochi abitanti, che si riunisce nel finale per risolvere un problema comune, una (doppia) minaccia proveniente dall’esterno. L’utilizzo della musica di Benjamin Britten non fa che confermare e sottolineare questa tesi: spiegare le parti per comprendere il tutto, ottenere un risultato al di sopra della somma dei singoli componenti dell’orchestra.

Moonrise Kingdom apre una nuova finestra sul pittoresco mondo di Wes Anderson, dopo la parentesi stop-motion di Fantastic Mr. Fox. Non che i film live action sembrino molto più realistici, anzi: l’effetto surreale è ancor più marcato, e Moonrise Kingdom non fa eccezione. I piani sequenza, i cartelli, i campi lunghissimi che trasformano le scene in dipinti animati: tutto accresce la sensazione di teatralità e della bidimensionalità della rappresentazione; la ricchezza e la cura dei dettagli sono stupefacenti, ogni scena è colma di particolari a cui nemmeno il ritmo compassato e la staticità delle inquadrature riescono a rendere del tutto giustizia.

Al settimo film, forse, lo stile Anderson inizia forse a mostrare qualche primo segno di usura,  un po’ di autoreferenzialità ed indulgenza che danneggiano  la spontaneità che avevano, ad esempio, I Tenenbaum o Rushmore. Nel complesso, però, Moonrise Kingdom è un altro geniale meccanismo ad orologeria che, pur con qualche lungaggine, riesce ancora una volta a coniugare la forma con la sostanza e a ricordarci a cosa serve il cinema quando riesce a fuggire i clichè e le definizioni preconfezionate.  

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