Argo

E’ la migliore cattiva idea che abbiamo

Quando Hollywood celebra la storia americana viene sempre da chiedersi se sia un dazio da pagare, un vero afflato di patriottismo o mera propaganda politica. Dai biopic alle messe in scena, sempre edulcorate e spettacolarizzate, di vari eventi che mettono in luce come l’America sia in grado non solo di esportare modelli di etica, eroismo e democrazia, ma anche di estirpare le mele marce al suo interno (alcuni demoni, tipo Nixon, vengono periodicamente rievocati e riutilizzati come spauracchio), ne abbiamo viste tante, troppe. ARGO, tratta da una storia vera, all’apparenza non sembra diverso. Una brillante operazione di esfiltrazione (recupero di ostaggi) ideata e condotta da un agente della C.I.A.  in cui persino Hollywood ha giocato un ruolo chiave è una storia troppo bella per essere vera e soprattutto troppo bella per non essere abbellita ulteriormente con dettagli drammatici pensati ad hoc e trasformata in film.

Le mie opinioni sulle mistificazioni sono note a chi segue questo blog. Le risparmio, stavolta, perché ARGO è un gran bel film, diretto con grande consapevolezza da uno che ha saputo esfiltrare se stesso e la propria carriera dalle abbondanti chiappe latine di Jennifer Lopez e trasformarsi in uno dei più interessanti registi americani contemporanei. Ben Affleck, che ancora paga gli orrori di Daredevil e Gigli, nasconde il suo mento da bellimbusto dietro un’imponente barba anni settanta per entrare nei panni di Tony Mendez, che pure se ha il nome di uno che fa la guardia del corpo a Jennifer Lopez, è in realtà uno degli agenti della CIA più importanti di sempre, responsabile appunto dell’ideazione e dell’esecuzione dell’operazione ARGO.

ARGO è un film di fantascienza che in piena febbre post Star Wars un piccolo studio canadese decise di girare all’inizio degli anni Ottanta. Non è vero niente: casting, promozione, produzione sono in realtà una copertura della CIA per giustificare un viaggio di location scouting in Iran e recuperare sei americani dipendenti dell’ambasciata USA, scappati durante l’assalto dei militanti iraniani che chiedevano agli Stati Uniti l’estradizione dello scià, transfuga per evitare l’esecuzione dopo il ritorno di Khomeini (aho, se non avete capito, c’è wikipedia). Mendez, spacciandosi per un produttore, ha il compito di far salire su un aereo diretto in Europa i sei con documenti canadesi falsi, mentre in tutto l’Iran è in atto una vera e propria caccia all’uomo americano. Essere scoperti significa essere giustiziati e la copertura è già debolissima, in più la riuscita dell’operazione dipende totalmente dall’abilità di sei impiegati di fingersi membri di una troupe canadese e mantenere il sangue freddo davanti agli imprevisti. La storia è nota. L’operazione ARGO si è conclusa con successo: il merito di Ben Affleck è quello di aver trasformato in un thriller adrenalinico una storia dal finale conosciuto, evitando – come già in The Town – qualunque luogo comune (tranne qualche ironia su Hollywood), affidandosi ad uno stile essenziale e ed efficace, non privo di belle intuizioni: il momento della lettura del copione di ARGO (quello finto) sovrapposto ai discorsi politici ed alla sequenza della finta esecuzione è un pezzo di bravura notevole, che ci riporta all’inizio di questo post: ARGO inizia con una breve esposizione dei fatti che precedono la rivolta iraniana. Il ruolo colpevole degli Stati Uniti è evidente, così come non si nega che il Governo chiuda la missione scegliendo di fatto di sacrificare sei dipendenti ed un agente. L’operazione ARGO è stata obiettivamente un capolavoro di spionaggio e dunque merita una trasposizione (almeno in parte) celebrativa, anche se Affleck riesce a concentrarsi sul lato umano della vicenda e a rappresentare da un lato lo stato di ansia e paura che pervade i sei ostaggi (e anche lo stesso Mendez) alle prese con un’operazione effettivamente disperata, dall’altro una presa di coscienza progressiva che si trasforma in coraggio e permette – tramite la collaborazione e la fiducia reciproca – a tutti di tornare a casa.

Il finale è un capolavoro di tensione crescente che sarebbe piaciuta ad Hitchcock, con una corsa contro il tempo che lascia davvero con il fiato sospeso fino alla fine.

Accanto a Ben Affleck, che sotto i baffoni ispirati a quelli della Lopez recita davvero bene, Bryan Cranston, Alan ArkinJohn Goodman danno spessore ad un copione scritto in maniera esemplare. Il ricordo del costume in pelle rossa di Daredevil è duro a morire, ma più di così Ben Affleck non può davvero fare. Uno dei migliori film dell’anno.

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