Tutti i Santi Giorni

 

Solitamente, la storia è questa: se il film è italiano, la gente in sala parla di più, perchè i Brad Pitt e i Johnny Depp ancora hanno un carisma che induce lo spettatore medio al rispetto. Se poi il film è ambientato a Roma, apriti cielo: ognuno si sente in diritto di informare la platea su quali posti conosce e riconosce. Paolo Virzí torna alla periferia di Roma Sud dopo Tutta la vita davanti, e finalmente vediamo una Roma senza attici, loft e quartiere Parioli,( letteralmente luogo comune dei fantasiosi registi italiani contemporanei) dove accanto agli immancabili coatti sboccati e trucidi (anche questo luogo comune, ma va detto che Acilia in effetti non è Princeton) vive la coppia di protagonisti: Guido (Luca Marinelli), toscano, introverso, colto, contento del suo lavoro di portiere di notte nonostante la possibilità di una carriera universitaria, e Antonia (Thony), aspiranta cantautrice dal passato turbolento, lunare ed imprevedibile. Mentre i coatti ed i loro amici figliano come criceti e danno ai figli nomi esotici che io non darei neanche al criceto, Guido e Antonia si rendono conto che avere un bambino si rivela più complicato del previsto.
Dopo l’iniziale brusio, dunque, anche il The Space di Parco de’Medici s’è calmato, rapito da una storia che coniuga l’analisi sociale di Tutta la Vita Davanti con l’intensità emotiva di La Prima Cosa Bella. Con i due film precedenti di Virzí, Tutti i Santi Giorni condivide e prosegue una spietata analisi dell’Italia di oggi, ancorata ai modelli sociali di due secoli fa (l’equazione coppia-matrimonio-procreazione, ben rappresentata dai vicini coatti o dall’incapacità della famiglia di essere punto di riferimento e sostegno per chi sceglie strade alternative o inusuali) ed istituzionalmente inetta (Guido che lavora in albergo, il talento di Antonia frustrato da squallide esibizioni nei pub di Roma), persino dannosa. Il ruolo del “ginecologo del Papa” è tutto il film, in tal senso, e ricorda le cariatidi che conferivano il diploma di Laurea con il commento “Brava e bella” ad Isabella Ragonese in Tutta la vita davanti.

Le interpretazioni dei due protagonisti Marinelli e Thony, intense e perfettamente complementari, danno al film un senso di autenticità che sarebbe potuto mancare con grandi nomi, e la scelta serve a rendere la storia di Guido e Antonia quella di qualunque coppia di trentenni che lottano per salvare il proprio rapporto dalle pressioni familiari e sociali. Non e’ casuale il continuo confronto con la coppia di vicini (tatuaggi e canotta lui, tuta rosa lei), che le scelte convenzionali le hanno fatte tutte senza mai scegliere, che vivono la vita mediocre identica a quella dei loro amici (si potrebbe fare lo stesso discorso per l’estremo opposto della scala sociale romana, ma, una volta scelta Acilia come location, non è che ci fossero alternative) e dei loro genitori, coatti nel senso etimologico nel termine, condannati a sentire – forse, tra la fine di una puntata del GF e l’inizio della partita della Aesseroma, un vuoto esistenziale incolmabile senza per questo avere i mezzi per fare qualcosa. Cio’ che caratterizza Guido ed Antonia non sono tanto le rispettive stranezze, quanto la consapevolezza – anche dolorosa – della propria vita, il modo di affrontare le difficoltà e anche di accettare l’impossibilità di comunicare con gli altri.

Il finale conciliante, altro topos di Virzí, stavolta spiazza particolarmente, perchè tutto l’ultimo atto in qualche modo rinnega le certezze che uno si è costruito fino a quel momento. In fondo, non importa: un film intimo e autentico, che solleva delle questioni importanti per chiunque (persino per i coatti: occhio allo spelling di nomi stranieri tipo Michelle) è un’esperienza valida a prescindere dalle conclusioni a cui giunge il regista o dalla risoluzione dell’intreccio narrativo. Da vedere.

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