ParaNorman

ParaNorman ha il più bel titolo dell’anno e ringraziamo chi ha deciso di lasciarcelo anche nell’edizione italiana.

ParaNorman aveva anche uno dei trailer più promettenti della stagione, e forse le mie aspettative erano eccessive, ma non riesco mai a controllare il mio entusiasmo quando vedo che – almeno nelle intenzioni – l’animazione viene finalmente sdoganata ed utilizzata come mezzo artistico e non come fine commerciale.

Trama: Norman è un bambino alle prese con un’adolescenza problematica, complicata da un dono particolare: vede la gente morta come il bambino de Il Sesto Senso e inizia ad avere delle strane, terribili visioni legate all’esecuzione di una strega avvenuta  nella sua cittadina tre secoli prima, secondo una leggenda che gli altri abitanti sfruttano solo per attirare turisti e dare un po’ di colore alla grigia periferia americana che li circonda. Solo un vecchio barbone sembra dare credito alla leggenda ed un giorno rivela a Norman un terribile segreto…

Nonostante una durata non eccessiva, tra un incipit meraviglioso che presenta Norman e la sua “diversità” ed un finale che funziona bene sia a livello emotivo che narrativo, il film si perde per strada tutta la parte centrale – che avrebbe invece  dovuto essere la migliore, visto che è quella con l’attacco degli zombi alla città– risultando noioso e persino stucchevole. Il messaggio, chiaro, è  che l’animo umano fugge la diversità e si rifugia sempre in un conformismo di facciata che può avere effetto disastrosi sui più deboli, sugli emarginati, sui “non conformi” : la caccia alle streghe non è mai realmente finita. Condivisibile, ed anche interessante come sottotesto per un film (pseudo)horror, ma ci si insiste troppo: con la sceneggiatura, con i dialoghi, con l’esagerazione nella caratterizzazione dei personaggi. Repetita non juvant, al cinema.

Il difetto principale di ParaNorman è comunque non averci creduto fino in fondo: invece che un omaggio all’horror ed al cinema di genere e di serie B, si poteva fare un vero horror di serie B, bilanciando meglio l’umorismo e la tensione – i continui momenti comici affidati al paffuto Neil e a suo fratello maggiore stonano con il resto del film ed anche il character design è in certi casi eccessivamente caricaturale. Considerando che ci sono alcuni momenti  veramente riusciti sia a livello di intreccio che di tensione, in particolare nel finale, l’impressione è che con un po’ di coraggio in più ParaNorman sarebbe stato un grandissimo film. Così com’è, non ci porterei un bambino piccolo (i bambini piccoli non li porterei al cinema comunque, ma è un altro discorso), ma nemmeno mi sento di consigliarlo a scatola chiusa ad un adulto (altra categoria che, com’è noto, non farei entrare nei cinema comunque).

L’animazione in stop motion (mista a CGI, ovviamente, per gli effetti) ricorda quella di Coraline (prodotto dallo stesso studio, Laika) e ne condivide la buffa rigidità: è un marchio di fabbrica, evidentemente, ma in certi momenti la fluidità risulta eccessivamente sacrificata.

Si poteva fare meglio, ma la strada intrapresa da Laika è interessante e va sostenuta. Coraline poteva avvalersi del libro di Neal Gaiman come testo di partenza e nel complesso è superiore a ParaNorman, che tuttavia traccia una terza via tra la buffoneria a tutti i costi della DreamWorks e l’autorialità (in fase calante) della Pixar. Una terza via che richiama lo Studio Ghibli, per il coraggio nel rappresentare anche il brutto della realtà, ma fornendo una chiave di lettura accessibile ad un pubblico giovane tramite elementi fantasy. Speriamo che non ci mettano altri tre anni a fare un film, però, cari ragazzi dei Laika Studios, cercate di capire come avete fatto a prendere due cose fichissime come l’animazione e gli zombi e fare un film  lento e noioso per tre quarti.

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