Reality

 

“(…)e v’è un punto del resto, in cui infelici e infami si con giungono e si confondono in una sola parola fatale: i miserabili.” (V.Hugo, I Miserabili)

 

Non so quanto calcolo ci sia dietro il corto circuito perfetto di Reality, ultimo film di Matteo Garrone. Uno dei protagonisti di Gomorra, Ciro Petrone, presente anche in questo film, ha partecipato ad un reality show (La Fattoria), mentre il protagonista di Reality, Aniello Arena, è detenuto da vent’anni per strage mafiosa. Fine pena mai.

Reality mi ha lasciato l’impressione di un film che riesce a raccontare l’Italia di oggi procedendo per induzione, come riusciva a fare solo la vecchia commedia all’italiana, quella di Monicelli, che ti faceva ridere ma ti lasciava l’amaro in bocca, che raccontava la realtà tramite la lente deformata del grottesco, utilizzando situazioni e personaggi solo in apparenza lontani dalla nostra quotidianità di spettatori cinematografici e boghesi. Reality potrebbe essere tranquillamente un episodio moderno de I Mostri.

Luciano (Aniello Arena), estroverso pescivendolo napoletano, supera la  prima selezione dei provini de Il Grande Fratello e si convince che la produzione lo osservi quotidianamente per decidere se includerlo o meno nel programma. Tutto il microcosmo familiare di Luciano viene in qualche modo sconvolto dal suo comportamento sempre più paranoico e distaccato dalla realtà…

Reality, sin dal titolo, gioca con il significato della parola realtà: l’insieme delle nostre percezioni è sufficiente a guidarci nella vita e metterci al riparo dalle illusioni? Non sempre, sembra rispondere Garrone e di certo non aiuta, di questi tempi, un modello di riscatto sociale ed economico fondato sulla mera apparenza, o meglio, sull’apparizione televisiva, per quanto casuale, sull’ esposizione mediatica che – invece di essere dovuta ad un qualche talento – diventa essa stessa qualità sufficiente a diventare celebrità. La barriera dello schermo, che dovrebbe separare nettamente realtà (reality) e finzione (show) è stata abbattuta definitivamente dal format che ha per nome tale ossimoro.

Ricordo uno scambio di battute tra Salvo, pizzaiolo siciliano analfabeta del primo GF ed Andy Luotto, in uno di quei programmi dove ci si scambiava famiglia per una settimana. Luotto diceva a Salvo che ai suoi tempi, per apparire in tv uno doveva saper fare qualcosa, fosse anche “essere il più grande scorreggione della Terra”. Non ricordo la risposta di Salvo (non era illuminante, comunque). Essere per apparire, sosteneva Luotto e non il contrario. Il tempo gli ha tristemente dato torto.

Matteo Garrone si guarda bene dal puntare il dito contro i reality show. Come mostra la prima magnifica scena al matrimonio, l’ intento del regista sembra quello di evidenziare il fatto che è la natura umana stessa a prediligere certi contesti e certi modelli, in particolare dove non ci sono strutture culturali in grado di decodificare  criticamente la natura di uno spettacolo: la televisione, più che Il Grande Fratello, è l’elemento che condiziona la vita dei familiari di Luciano, non più come forma di intrattenimento o vettore culturale, quanto come chimerico punto di arrivo per i più fortunati, un’ingiusta lotteria umana. Si insiste spesso, durante il film, sul fatto che a Luciano vengano attribuite, dalla sua famiglia, qualità artistiche (che non possiede) e che meriterebbe di andare in televisione, come se questa, invece di un lavoro che richiede – tra l’altro – professionalità, sia una qualche forma di ricompensa sociale.

Gli infelici miserabili di Victor Hugo oggi sono le persone che non hanno reale possibilità di riscatto, ma a cui crudelmente il mondo finge di offrirne una nella forma terribile della selezione per un programma televisivo, lasciandoli a vivere una vita di infinito rimpianto ed illusione.

Reality è un film cattivo e intelligente, ma soprattutto è un film raffinato e con almeno tre scene di grande cinema: l’inizio, il ritorno dal matrimonio e la sequenza finale. Aniello Arena, con la sua faccia che racchiude tutti i luoghi comuni della napoletanità, è semplicemente straordinario nella sua interpretazione. Ogni sfumatura espressiva del suo volto, che Garrone inquadra da vicino più che può, è un racconto a sè stante e la lenta discesa nella follia di Luciano potrebbe essere raccontata solo dalla sequenza, muta, dei primi piani di Arena. Al suo fianco, spicca uno splendido Nando Paone, che abbandona i ruoli buffi che gli cuciva addosso Vincenzo Salemme per un personaggio umile e pieno di umanità, oltre ad un cast d’insieme estremamente efficace.

Ultima menzione per la colonna sonora di Alexandre Desplat, quattro volte nominato all’Oscar, che lavora sulle immagini e commenta incisivamente la discesa nella follia del protagonista, con un’orchestrazione fiabesca e surreale che conferisce al film un’ulteriore strato di lettura.

Come hanno detto diversi francesi a Cannes, chapeau.

 

Annunci