The Dark Knight Rises

Il terzo episodio delle trilogie raramente è il migliore, anzi. Ma le regole del cinema Christopher Nolan preferisce scriverle, invece di seguirle: The Dark Knight Rises (TDKR) chiude la trilogia – ora si può dire – definitiva di Batman che resterà una meravigliosa anomalia nel cinema americano. Alla Warner Bros stanno già parlando di reboot, la direzione da prendere è quella comoda e redditizia della Marvel, degli Avengers: e forse non è un male, perchè continuare nel solco di Nolan non è proprio semplice, sia per un sequel che per un reboot.

TDKR non è un film semplice. The Dark Knight ci aveva lasciato a bocca aperta: non sembrava possibile un film su un supereroe (uno qualunque) così autentico, così tanto declinato nella realtà contemporanea dal punto di vista delle questioni morali affrontate. A questo episodio manca quella sorpresa, e manca la netta contrapposizione tra Batman e Joker in termini di tensione narrativa. Bane è funzionale alla storia, ma non è altro che un plot device, nonostante Tom Hardy riesca a far paura anche a volto coperto. 

In The Dark Knight Rises, Christopher Nolan porta a conclusione la sua storia in maniera inaspettata, ovvero mettendo punti interrogativi su tutti i principi che i due film precedenti prendevano per certi. La battaglia di Batman per l’anima di Gotham è finita con il Joker, con Harvey Dent divenuto eroe ispiratore della città. Solo che l’anima salva di Gotham non si è lasciata ispirare, non c’è stata una crescita collettiva, perchè nella pace non si cresce moralmente. Il mondo è in mano agli speculatori, la gente non sa ribellarsi, o non gli conviene. Il cammino del Batman di Nolan inizia con la necessità di un simbolo: paura per i criminali e speranza per i cittadini onesti di Gotham. In The Dark Knight Batman è il simbolo dell’ordine morale contrapposto al caos rappresentato dal Joker. In quest’ultimo film, Nolan suggerisce a più riprese che il ruolo di Batman sia ormai superfluo, che basterebbe Bruce Wayne a proteggere e migliorare il futuro di Gotham. E’ Bruce Wayne che non sa liberarsi della sua maschera, che non riesce più a ricordarsi quale delle sue due identità sia quella autentica, fino al punto da condannare se stesso e tutto quello per cui ha lottato – non  a caso il film richiama continuamente più gli eventi di Batman Begins che quelli di The Dark Knight. Anche il commissario Gordon è devastato dal senso di colpa per le bugie su Harvey Dent. La speranza è in un’altra generazione, in un passaggio di testimone, nella purezza di un ideale ancora non venuto a compromessi con la realtà. Il crollo psichico di Harvey Dent causato dalle azioni di Joker come un virus si è esteso alla solidità morale di Gordon ed al corpo di Bruce Wayne. Gli eroi stanno cadendo, non è un processo reversibile. La gente è di nuovo in pericolo, ma non ce la può fare da sola.  

Se TDKR sia il finale che Nolan sognava per la sua trilogia forse non lo sapremo mai: la morte di Heath Ledger ha tolto un elemento importante dall’equilibrio della storia – per rispetto, il Joker non viene nemmeno citato – e chissà se – tra le altre cose –  il cameo di (non ve lo dico) non fosse stato pensato proprio per lui, originariamente. TDKR è certamente un finale di alto livello, in cui la rarefazione della parte fumettistica raggiunge limiti mai toccati prima (e scommetto neanche dopo). Un film che diventa corale e cresce, in cui i tormenti di Bruce Wayne si contrappongono e sovrappongono a quelli degli altri personaggi, in particolare a quelli del commissario Gordon e di John Blake (Joseph Gordon-Levitt, ormai una garanzia). Il climax, è ovvio, richiede che l’eroe sia eroico, necessario, superiore: c’è della contraddizione, forse del pessimismo cosmico: sembra che l’eredità di Batman sia un fardello che la collettività non sa portare, che saranno sempre i singoli uomini migliori a guidare la massa. Esigenza di cassetta o scelta definitiva di Nolan? Riuscirebbero oggi i prigionieri delle due navi di The Dark Knight ad avere il coraggio di non farsi saltare in aria a vicenda? Nolan non ne sembra altrettanto sicuro. In questo senso e non in altri, la trilogia chiude ma non risolve definitivamente la sua questione morale sull’idealismo e sui simboli. E’ una chiusura che sfuma i contorni delle certezze affermate nei precedenti capitoli.

Batman deve essere un simbolo per Bruce Wayne, ma lo è letteralmente anche per Nolan, che da vero cantastorie ha utilizzato i personaggi meno realistici della trama (Batman, Joker, Bane) per dare corpo ad ideali, a forze della natura, a principi elementali che in un film sarebbe difficile mostrare con altrettanta forza. Non è una versione realistica di Batman, bensì una versione che affronta questioni reali: non la crisi economica, come in tanti si sforzano di dimostrare, ma un’analisi della natura umana, della sua naturale tendenza alla paura ed alla meschinità, ma anche della sua capacità di riscatto e redenzione, di ispirazione e coraggio davanti a simboli potenti che mostrino la via.

Non sono instant movies, non nascono dall’osservazione della società contemporanea, c’è una pretesa di universalità che ben si sposa con l’immortalità di un personaggio dalle mille incarnazioni mediatiche come Batman. Non c’è nemmeno nichilismo nella visione di Nolan: Batman, da solo, non salverebbe mai Gotham. Determinanti risultano sempre gli altri: Da Harvey Dent a Gordon, da Lucius Fox a John Blake.  

Non ho visto tutte queste letture politiche che si sentono in giro. L’attacco alla borsa è funzionale alla trama e non ha risvolti di critica alla new economy ed alle speculazioni. Più volte si fa riferimento ad una lotta di classe (nel trailer sembrava un elemento determinante), ma senza che questo accada nel film. L’attacco allo stadio di football è puro, grandissimo, Nolan, può rappresentare il crollo di un altro simbolo americano, ma solo a patto di sposare la tesi che allora il capitalismo e l’ordine costituito protetti da Batman sono la miglior forma di società possibile. Non è così e sarebbe frustrante sorbirsi due ore e quaranta di Batman che difende l’America dall’accusa di aver scatenato la crisi attuale o che in una rilettura fumettistica del Candido di Voltaire ci assicuri che il migliore dei mondi possibili è quello in cui viviamo.

The Dark Knight Rises è anche (soprattutto?) un blockbuster d’autore che fa impallidire qualunque tentativo d’imitazione e competizione: un cast eccezionale, un impianto visivo sontuoso (ah, che sarebbe vederlo in IMAX…) , una colonna sonora epica e finalmente in grado di imprimersi nella memoria.  Nolan richiama praticamente tutto il cast di Inception , aggiungendo una incredibilmente convincente Anna Hathaway all’ensemble nel ruolo di Selina Kyle (Catwoman). Merita probabilmente anche una visione in lingua inglese, visto che il doppiaggio non convince molto. Come c’era da aspettarsi, alcune scene sono di grande impatto – anche se un po’ gratuite, e il finale è un emozionante regalo ai fan dei fumetti, un modo intelligente di chiudere la trilogia, forse meno coraggioso rispetto ad altre scelte, ma certamente sensato ed emozionante.  

Il grande difetto del cinema di Nolan mi pare sia sempre a livello di sceneggiatura: come già successo in The Dark Knight ed in Inception, anche stavolta se in maniera meno evidente, l’impianto narrativo stupefacente della prima metà del film viene sacrificato in termini di coerenza alle esigenze del copione e del crescendo finale, da vivere sempre in apnea: Nolan prima ci ossigena il cervello con trame ed idee complicatissime e poi ci chiede di spegnerlo per goderci i fuochi d’artificio. Se in un film come Amazing Spider-Man, in cui c’è solo intreccio, errori di montaggio e sceneggiatura sono imperdonabili, in TDKR c’è tutto un altro piano di lettura (e ben altra qualità cinematografica) a mascherare qualche evidente buco e qualche leggerezza.  A proposito, dopo aver visto la scena finale di TDKR, pensate ad Inception, al potere dei sogni e dell’immaginazione e chiedetevi se quello che si vede non sia soltanto…   

P.S. c’è un motivo ulteriore per vedere questo film, ovvero la recensione piena di spoiler ed inesattezze della inimitabile Natalia Aspesi su Repubblica. Rivela il finale, dimostra di essersi assopita anche durante questo film quando dice che Wayne non tromba, regala chicche come “le comics”. Natalia Aspesi Rises.

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