A.C.A.B.

La guardia è un lavoro onesto

A me quelli che chiamano “guardie” i poliziotti con tono dispregiativo fanno un po’ paura e un po’ rabbia. E’ un modo di esprimersi intrinsecamente violento, spia di una percezione distorta e limitata della realtà. L’abuso di potere è un male palese della nostra società, ma la circonvenzione di incapace è un cancro ancora peggiore, che spinge diversi gruppi sociali ad essere in perenne conflitto reciproco mentre al di sopra i colpevoli del malessere comune pascolano indisturbati.

A.C.A.B.: All Cops Are Bastards. Certamente non è così, ma se ai bravi poliziotti con la faccia di Giorgio Tirabassi ci pensa già la fiction di stato, per raccontare il lato oscuro ci vuole il cinema, e ci vuole coraggio. Ci vuole anche una gran dose di bravura (che Stefano Sollima ha già dimomstrato con Romanzo Criminale) per mantenere l’intero film in equilibrio tra retorica e necessità narrativa, per cercare il lato umano dei protagonisti – una scelta complementare a quella di Daniele Vicari in Diaz – senza trasformarli in luoghi comuni e senza piegare la realtà  ad una tesi preconcetta. I quattro protagonisti sono poliziotti violenti, guidati da un senso di giustizia da Far West che poco ha da spartire con la legislatura italiana, presi a coltellate dagli ultras e dalla vita, lasciati soli dallo Stato a sfogare la propria frustrazione con il manganello d’ordinanza.
 
La matrice che genera i poliziotti bastardi è però la stessa che genera i bastardi non poliziotti: la mancanza di una guida e di una condivisione di valori che porta le persone a creare sistemi di valori deviati e incompatibili, destinati allo scontro. La pressione esercitata ad arte dall’assenza dello Stato rivela sistematicamente il lato tragico della natura umana: senza un sistema condiviso di regole e comportamenti, si ritorna ad uno stato ferino ispirato dal principio della sopravvivenza in cui deve prevalere il branco più forte.
La valvola di sfogo della violenza è quindi un perverso ammortizzatore sociale, un rischio calcolato che deve fare vittime in ogni schieramento. I poliziotti bastardi sono funzionali al sistema, non ne sono una deviazione. In questo modo, e non per la follia dei singoli, si spiegano i fatti di Genova, il caso Sandri, il caso Raciti e tutti gli altri fatti che fanno periodicamente emergere l’anima nera delle Forze dell’ordine, indignare l’opinione pubblica per una settimana e poi tutto resta come deve essere. 

Si deve scegliere un punto di vista e Sollima sceglie quello dei celerini Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro ( Filippo Nigro) e Mazinga (Marco Giallini). Ultras e neofascisti sono il nemico, armato dello stesso odio e generato dallo stesso sbandamento sociale dei poliziotti, ma dietro la scelta di non dare profondità umana agli “altri ” non c’è alcuna apologia del manganello, nessun tentativo di giustificare a livello umano l’abuso di potere, nonostante le vite dei protagonisti siano tutte – fin troppo – problematiche. Sollima ci porta in un gioco di specchi in cui tutti ragionano allo stesso modo, in cui si fanno le squadre e ognuno poi è fedele alla divisa che porta e ai fratelli che la indossano. Alcuni hanno il distintivo, alcuni no, ma la cosa diventa rilevante solo in questura.

Alla fine si resta in bilico, come nel bellissimo finale del film, a metà di un respiro, a metà tra un pensiero e l’azione che lo segue. Sospensione del giudizio, della pena, dell’incredulità: A.C.A.B.  vince la sua sfida contro i rischi prendendoli tutti di petto. Giova un cast affiatato e di qualità, giova un regista con un’idea di cinema non convenzionale e con la voglia di raccontare l’Italia contemporanea senza schematizzazioni da bar.

Che ce ne importa di un film che ci dice quello che già sappiamo, o peggio, quello che vogliamo sentirci dire? E’ la questione fondamentale che mi pongo ogni volta che vedo un film come Diaz, per esempio: pur apprezzando l’ottimo lavoro di regia di Vicari, la sensazione che mi rimane è quella di un film ridondante, che trova (e consola) il suo pubblico tra coloro ai quali il memorandum non serve.
A.C.A.B. prende la direzione opposta: ci dice quello che non vogliamo sentirci dire, anche se lo sappiamo. L’effetto è disturbante.

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