Cosmopolis

Assenza di pubblico. Dopo cinque minuti dall’inizio, ne ho capito il motivo

Se non ad altro, Cosmopolis di David Cronenberg mi servirà a definire Robert Pattinson. In una memorabile scena del film, a Pattinson viene praticato un certosino esame della prostata (che risulterà asimmetrica) mentre conversa amabilmente con una che non si capisce bene cosa faccia nella vita (cosa che vale praticamente per tutti gli interlocutori del protagonista nel film). L’espressione sul volto di Pattinson durante l’esame della prostata è la medesima che ha anche prima e dopo. Dunque, per me da oggi Robert Pattinson è l’attore con la faccia di chi ha un dito infilato nel culo.

Pattinson, ovvero l’attore con la faccia di chi ha un dito infilato nel culo (è una formula omerica, quindi la userò ogni qualvolta la metrica lo richieda), è solo parte del problema Cosmopolis, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo. Perchè a prima vista Cosmopolis appare una estenuante pippa sulla crisi antropologica e sociale che questi anni genereranno o forse stanno già generando, più la tecnologia, l’incomunicabilità, l’ingiustizia sociale, la sicurezza, portata avanti con scambi di battute che sembrano  una gara di aforismi tipo “il cybercapitalismo è l’idea del futuro ” oppure  “Gli orologi hanno accelerato l’ascesa del capitalismo” o” È interessante stare vicino a un uomo che vogliono uccidere”, disquisizioni (sempre epigrafiche) sull’interazione tra sughero e sistemi di blindatura per la limousine, o di quanto metaforica possa diventare una prostata asimmetrica. Ma no, non è questo. Cronenberg non avrebbe affidato ad un attore meno espressivo della propria sagoma di cartone (toh, un’altra definizione per Pattinson) una così profonda riflessione sul crollo apocalittico del mondo occidentale.

Il punto (ci ho pensato parecchio) è che Cronenberg comincia ad avere una certa età. Roba tipo eXistenZ e Crash, o la Mosca non gli si possono più chiedere. Ad una certa età si sente il bisogno di riaffermare l’importanza delle cose semplici. E allora se il film racconta il viaggio di un annoiato multimiliardario all’interno della propria limousine che attraversa la città per andarsi ad aggiustare il taglio di capelli, non è affatto nel viaggio il senso del racconto. Non è la solita metafora del percorso a ritroso nella memoria tipo Il Posto delle Fragole, nè è il caso di stare troppo a scervellarsi sul ruolo del mezzo di trasporto come non luogo interposto tra uno e molti, tra individuo e società…Cronenberg afferma l’inalienabile diritto dell’uomo (inteso come essere di sesso maschile) di andare dal proprio barbiere. E non dal primo che capita. Da quello che ti conosce, ti chiede come stanno i tuoi, ti conosce sin da piccolo e sa perfettamente come fare per nascondere la pelata (nei limiti), o tagliarti efficacemente la barba che cresce selvaggia e inceppa tutti i rasoi elettrici che compri, quello a cui chiedi una spuntatina e non devi sperare terrorizzato che ti renda un bonzo. Non c’è donna, rivoluzione, problema finanziario, ostacolo che tenga: io dal barbiere ci devo andare e deve essere il MIO, fosse pure agli antipodi.

Per tutti quelli che mi chiedono perchè vado a Ostia a tagliarmi i capelli anche se ci metto mezz’ora e abito nel quartiere a più alta densità di parrucchieri di Roma, Cosmopolis è la risposta.  A tutti quelli che invece vogliono sapere com’è Cosmopolis, rispondo invece: come un accurato esame della prostata che ti lasci indefinitamente sul volto l’espressione da lobotomizzato di Robert Pattinson.

 

 

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