Men In Black 3

C’è una sola trilogia, dicono in molti. E lo penso anche io. Però negli ultimi anni è cominciata questa mania di spalmare (ma più spesso sbracare) una storia in più film, di norma tre, per ragioni prettamente commerciali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Men In Black è uno degli ultimi blockbuster nati quando ancora il sequel si faceva, magari di corsa, se il primo film incassava abbastanza (e infatti Men In Black 2 non è proprio un film imperdibile). Solitamente poi, con le dovute eccezioni, il terzo film è il fratello minore sfigato del gruppo (vedi Il Padrino, Ritorno al Futuro, Rocky, Scream, Matrix), pietra tombale della saga salvo ulteriori raschi del barile.

 Saranno i tanti anni passati tra il secondo episodio e questo terzo capitolo, sarà il concept che sopravvive meglio all’usura del tempo di tanti altri franchise nati dopo e morti prima (Pirati…), sarà che non c’è mai stata l’idea di una trilogia con tutti i suoi limiti dietro Men In Black, sarà che Will Smith vestito da Agente J è come Harrison Ford vestito da Indiana Jones, che lo vai a vedere nel film di Muccino e pensi, “ma quando lo fai il prossimo Men In Black invece de ‘ste cagate sentimentali?”. Insomma, Men In Black 3 ribalta pronostici e infausti presagi, sorvola elegantemente sui rischi di una sceneggiatura basata sui viaggi nel tempo e ci riappacifica con il genere blockbuster, che quest’anno sembra essere in grado almeno di divertirci, se non di stupirci (a questo, a giudicare dai trailer, ci penserà Spider-Man).  

Nel terzo capitolo della serie, un cattivissimo alieno torna indietro nel tempo ed uccide l’agente K (Josh Brolin, incredibile nel dare vita alla versione giovane di Tommy Lee Jones), innescando una serie di eventi che porteranno alla distruzione della Terra. L’agente J deve tornare indietro nel tempo per impedire che la storia sia cambiata e salvare il suo partner. Nel mezzo metteteci Andy Warhol, immancabili gag sugli alieni nel 1969, il lancio dell’Apollo 11, un alieno adorabile in grado di prevedere tutti i possibili futuri e una bella sorpresa che cambia la prospettiva sul rapporto tra J e K. Insomma, se non passate tutto il film a chiedervi come sia possibile che l’agente J sia uno dei Men In Black anche in un mondo senza K (che lo ha reclutato nel primo film), Men In Black 3 è divertimento allo stato puro. Se poi aveste mai la fortuna di vederlo in IMAX 3D come ho fatto io, beh, è un gioiellino.

Per quanto riguarda paradossi temporali e logica quadrimensionale, un paio di azzeccati spunti nella sceneggiatura fanno capire che non è il caso di porsi troppe domande (e se lo dico io, noto scassacazzi quadrimensionale…): si mantiene un tono semiserio, senza scadere mai ai livelli di Men In Black 2, rispettando sempre la dignità della storia (e quindi lo spettatore). Ah, e il “salto” temporale è senza dubbio il modo più fico di viaggiare nel tempo dai tempi della Delorean.

Si può discutere sul fatto che tutta la trama sia un evidente  McGuffin per riportare Will Smith nell’abito nero, visto che la storia dell’alieno cattivissimo viene risolta in modo abbastanza affrettato rispetto alle premesse ed alle potenzialità (la lotta contro il cattivo “sdoppiato temporalmente” è già vista, ma trattata infinitamente meglio in Frequency, per esempio), e tutto in realtà si incentra sull’approfondimento del rapporto tra J e K: è ammirevole infatti la volontà di andare oltre il clichè della complementarietà, già ampiamente sfruttato nei precedenti film, ed è apprezzabile il risultato, sia per la storia che viene rivelata sia per l’utilizzo della versione giovane di K per esplorare nuove dinamiche nel rapporto tra i due.

Ci sono effetti speciali talvolta un po’ grezzi, c’è una storia che si regge un po’ con la sputazza, ma c’è la voglia di divertire, c’è un cast fantastico (Emma Thompson, l’agente O, è un’altra aggiunta vincente), c’è Will Smith che torna al ruolo in cui può dare il meglio di sè. Si esce sperando che vadano avanti e che torni anche Josh Brolin, che è l’intuizione geniale del film: Men In Black meriterebbe una serie TV, non un film ogni dieci anni.

 

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